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Si arrampicano sulle colline attorno alla baia, addolciscono la roccia aspra di pennellate ocra, rosso pompeiano, azzurre. Sono le case di Symi, l’isoletta del Dodecaneso profumata di origano al largo di Rodi, incastonata tra due penisole della Turchia che sembrano afferrarla come una tenaglia. Un labirinto di scale sale alla Chora, si perde nelle viuzze imbiancate a calce, attraversa piazzette fiorite dove anche la dimora più umile è arricchita da un frontone neoclassico. Davanti a una porta, una donna vestita di nero ricama un corredo. Qui natura e architettura hanno creato la sintesi perfetta, quasi un capolavoro.

 

Come in Mediterraneo

symi-6artUn tempo Symi era italiana. Come ricordano le memorie di Orazio Pedrazzi, il navigatore che nel primo Novecento se ne va a zonzo nel Mediterraneo per calpestare il suolo dei possedimenti strappati dal governo Giolitti all’impero ottomano. Oggi l’italiano contende all’inglese il posto della seconda lingua. La vita non è molto diversa da quella raccontata da Gabriele Salvatores nel film Mediterraneo girato a Castelloritzo. Qualche asino, chiacchiere nei kafenion, bagni nel mare color smeraldo. Ma soprattutto a Symi si pescavano le spugne, la zimourha, la più spessa, e la melathi con cui si lavava mezza Europa. Oggi delle 2500 persone occupate in 500 manifatture, sono rimasti pochi protagonisti di una sfida che si svolge ogni giorno negli abissi: partono a primavera e esplorano i fondali dell’Egeo, immergendosi senza bombole e frugando tra le rocce, le alghe, i relitti. A fine ottobre tornano con il  prezioso carico, venduto a peso d’oro. Un nome per tutti,  il negozio di Dinos, alla fine del ponte di Yalos.

symi-8artÈ il mare la vera meraviglia

Preferito da Carrie di Sex and the City che approda con il suo megayacht, Tom Hanks e da Diego Della Valle a bordo del Marlin, il motoscafo di John Fitzgerald Kennedy. Da scoprire in barca a vela o in caicco, accanto alle barche colorate dei pescatori ormeggiate a Yalos, il porto turistico ad anfiteatro zeppo di taverne e botteghe. Si approda così a spiagge come Marathounda, sul lato che guarda l’Asia Minore o Nanou, in ciottoli bianchi, ai piedi della scogliera di Dissalona e della montagna verde di cipressi. Ma anche la baia di Panormitis, a forma di omega, protetta dal meltemi, con l’antica chiesetta famosa in tutta la Grecia, incastonata in un monastero bianco dedicato al santo patrono dei marinai, trionfo di ori e stucchi all’interno, ma anche di reliquiari e icone russe. Ma ci si arriva anche via terra, quindici chilometri tra scorci sulla acque color giada, monasteri a picco, bucolici quadretti di pastori con greggi al pascolo.

 

symi-5artIn barca

Via mare, si può gettar l’ancora davanti agli isolotti di Daviates o nel fiordo di Pedi con il caratteristico villaggio di pescatori o davanti alla penisola del Monastero di Aghios Emilianos, sulla costa occidentale. Sulla punta settentrionale, l’isoletta di Nimos, un angolo di Tropico con l’acqua trasparente. Tra i riti della Portofino del Dodecanneso l’ouzo, l’aperitivo a base di anice al caffè Pachos, sul porto o da Eva, il bar-salotto dove naviganti e sognatori si scambiano notizie sugli itinerari. Il momento magico è il tramonto quando i caicchi rientrano in porto, le nasse di aragoste ancora inzuppate, le reti piene. Poi si va a cena in una delle taverne o nel ristorantino chic, a base di pesce appena pescato. Dalla Chora, lo sguardo spazia sul porto, il il blu dell’ Egeo e la costa turca di capo Apolos, a due chilometri dall’isola.

 

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