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Ha scommesso sull’alta tecnologia quest’Arcadia tropicale a 1700 chilometri dall’Africa, sul Tropico del Capricorno, dove arrivavano navi cariche di avorio, schiavi e spezie. Oggi è il ponte informatico tra Oriente e Africa grazie allo snodo nevralgico del Safe, il Submarine che attraverso gli abissi dell’Oceano, connette le coste della Malesia a quelle sudafricane. Mentre la Hewlett Packard e la Microsoft sono tra gli sponsor del Cyber City, il parco tecnologico, sul modello di quello di Bangalore. E naturalmente c’è il turismo, quasi inesistente fino a metà degli anni Ottanta, che attira 800 mila persone all’anno, grazie alla bellezza dei paesaggi, ai voli diretti dall’Europa e dal Medio Oriente, ma soprattutto all’hotellerie, che offre un servizio esportato nei cinque stelle di tutto il mondo, spa per gli edonisti, ristoranti di chef famosi, campi da golf, architetture etnochic.

mauritius-4Tra lagune protette dal reef e foreste pluviali

Una mecca anche per gli appassionati della pesca d’altura: qui sono stati conquistati record internazionali come un pesce cane mako di 1115 libbre e marlin di oltre 1000 libbre. Ma Mauritius ha altri plus: il clima, tropicale, ma senza uragani, il fuso orario di sole 3 ore rispetto all’Italia (due con l’ora legale), non ci sono malattie, e neppure zanzare che portano malaria o animali pericolosi. L’isola è innanzitutto un luogo del mito, annunciato da slogan d’autore, dal celebre “Dio creò Mauritius e poi il Paradiso Terrestre” di Mark Twain del 1855, opinione condivisa da Conrad, e da Baudelaire che canta l’isola nel sonetto dedicato alla “dame creole” nei Fiori del male. Lungo la costa, lo smeraldo chiaro delle lagune protette dal reef, nell’entroterra il verde lucido delle piantagioni di tè, quello intenso della foresta pluviale, quello argenteo della canna da zucchero. Certo, qualche sbavatura c’è in questo Tropico così perfetto. La febbre immobiliare rischia di deturpare le coste in un Far West di cemento. E’ quello che è successo a Grand Baie, a nord. Troppi i progetti delle nuove costruzioni. Le maggiori compagnie alberghiere si sono insediate con resort sibaritici come il Beau Rivage e l’ Anahita World Class Sanctuary sulla laguna protetta.

 

Spiagge deserte spazzate da onde oceaniche

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L’itinerario inizia dal mare. Una riscoperta per l’isola dall’anima contadina, che fino a una ventina di anni fa contava solo una colonia di pescatori concentrata a Mahébourg. Si può scegliere tra più di 100 chilometri di coste, in gran parte protette dalla barriera corallina e ombreggiate da palme e filaos, ma anche esposte ai venti. Questo è un mare da guardare con rispetto, soprattutto a sud, la parte più selvaggia, dove le spiagge sono senza nome, quasi deserte, tra Rivière Noire e la Grand Sable, al confine con campi di canna da zucchero e piantagioni di ylang-ylang, da cui si ricava l’essenza base di un’infinità di profumi. Tra Souilliac e la scogliera di Gris Gris, la costa è spazzata dalle onde oceaniche. Con un plus: i tramonti spettacolari. Più a est, La Roche qui pleure, un grande scoglio in cui le acque entrano e escono a spruzzo, come se piangesse. Sulla costa ovest, la spettacolare Morne et Tabarin, dieci chilometri.

 

Terre vulcaniche e piantagioni di tèmauritius-3b

Ma è nell’interno che si scopre l’isola più autentica. Da Chamarel, una deviazione porta alle terre vulcaniche blu, verdi, rosse, gialle, viola (nella foto a sinistra). Lungo un sentiero si raggiunge il belvedere affacciato sulle cascate, un salto di 100 metri. A un quarto d’ora dalle spiagge di Morne, c’è la maison d’hote Le Lakaz Chamarel, oasi di lifestyle, creata dall’erede di una famiglia di piantatori. A nord di Rivière des Anguilles, invece, si incontra Bois Chéri, sconfinata piantagione di tè che  le indigene raccolgono a mano. A Curepipe, da Voiliers de l’Océan, si possono acquistare i modellini di navi, anche famose, in teak o legno di canfora, esportati in tutto il mondo, a prezzi davvero convenienti. A Floreal, invece, ci sono le manifatture di cachemire come Floreal Knitwear Company. Mentre il ristorante La Clef des Champs è il regno di Jacqueline Dalais, la Paul Bocuse locale, che delizia gli ospiti con il meglio della gastronomia creola.

mauritius-7Shopping Mall e giardini botanici

I turisti non mettono piede nella colorata capitale. Ed è un peccato, perché si capisce molto della storia dell’isola al Central Market, incontro di commerci tra India, Africa e Cina, tra aromi di spezie e grida di venditori di erbe medicinali, maschere africane, fossili del Madagascar. Chinatown con le pagode, le lanterne rosse e i vistosi ideogrammi sulle insegne, è un frammento di Canton, in cui risuona la voce del muezzin dal quartiere musulmano accanto. I tempi della Compagnia delle Indie si rievocano nelle maison con veranda lungo rue St. George e nell’ottocentesco ippodromo Field of Mars, il più antico del mondo, dopo il londinese Jockey Club. Ma l’attrazione fatale è il Caudan Water Front, grande Shopping Mall: qui si trovano le griffe realizzate con stoffe locali da stiliste europee, come i cappelli di Viva Paquita. Pochi passi e si raggiunge Le Capitaine: è uno degli indirizzi migliori per una grande bouffe di crostacei e pesce appena pescato. Mentre la cittadina di Pamplemousses ospita il famoso giardino botanico Sir Seewoosagur Ramgoolam (nella foto a destra) dove si ammirano le ninfee giganti dell’Amazzonia e le palme Corifa che sbocciano ogni quarant’anni con più di cinquanta milioni di fiori.

 

mauritius-8Piscine naturali di acqua turchese

Per godersi un bagno in acque calme bisogna andare sulla costa orientale. Da Trou d’Eau Douce, la laguna più grande di Mauritius, a Gran Port è una sfilata di calette di sabbia bianca, piscine naturali di acqua turchese. Ad Anse Jonchée, nel Domaine du Chasseur, vivono in libertà varie specie di animali. Da qui, a piedi o in fuoristrada, si raggiungono distese di piantagioni di canna da zucchero. Al ristorante Le Panoramour, nel cuore del Domaine, si gusta l’autentica cucina mauriziana e si sorseggia un planter’s, il cocktail a base di rum New Grove. Non ha niente da invidiare, un altro must della gastronomia isolana, il Café des Arts, ospitato in un antico zuccherificio, sede della Fondazione artistica Maniglier dove si cena tra le opere di Yvette Maniglier, l’artista che fu allieva di Matisse.

 

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