È la più antica delle ex colonie britanniche dell’Africa orientale. Una “stone town” del 1350, patrimonio dell’Unesco, dove si vive no news no shoes, come negli anni Settanta quando era la Kathmandu africana di hippy e giovani low budget incantati dalle spiagge di sabbia bianca, stradine silenziose all’ombra dei minareti dove si affacciano i palazzi di corallo ricamati da finestre di legno intarsiato. Il mare non è quello delle Maldive, ma regala l’emozione di isolotti dai colori tropicali come Manda Toto, disabitato e circondato da una barriera corallina superba, la migliore di tutto il Kenya.

Via dal turismo charter
Chi è ritornato a Lamu dopo trent’anni, ritrova la stessa isola, un luogo dell’anima. Qui non arriva il turismo dei charter che ha colonizzato Zanzibar, simile, ma diversa per stile di vita. Islam e cultura swahili hanno creato un mix perfetto che resiste alle pressioni della globalizzazione.Non ci sono auto, ma tremila asini protetti dal Donkey Sanctuary,  per portare mercanzie e persone. Niente colate di cemento e villaggi turistici, e neppure discoteche e locali della notte, ma ritmi lenti, e riti consolidati, dalla passeggiata tra le migliaia di conchiglie scoperte dalla bassa marea, la nuotata nelle acque trasparenti, alla scoperta delle botteghe che vendono manufatti di pregio all’aperitivo davanti al tramonto sulla terrazza di una villa o di un albergo. Ci si immerge nell’atmosfera della decadente città musulmana già all’arrivo, quando il dhow, la tradizionale barca in legno a vela latina, approda alla banchina sull’Harambee avenue, il lungomare che pullula di traffici, con i caffè d’antan, i cannoni corrosi dal sale che puntano verso l’orizzonte: un dipinto oriemtalista. Le donne velate nei bui bui, le tuniche nere, gli uomini avvolti nel khanzus, l’abito tradizionale bianco lungo sino ai piedi e il kofia, il copricapo, la preghiera del muezzin, la spettacolare festa per il Moulid al Nabi, l’anniversario della nascita del Profeta che attira migliaia di pellegrini da tutta l’Africa orientale: a Lamu, i musulmani sono il 90 per cento della popolazione, eppure è un Islam non invadente, frendly, quello che si respira nelle piazzette che sembrano campielli, i gruppi di marinai, mercanti,  studenti raccolti davanti alla Ryadha, una delle tante moschee, che apostrofano i turisti con “ Pole, Pole”, in swahili piano piano, il motto di Lamu.

Si dorme in alberghi di charme, si cena sotto le stelle
Dietro il fronte del porto, il labirinto di stradine, archi, colonnati, verande, dove nei secoli sono passati cinesi, indiani, persiani, arabi, portoghesi che a primavera partivano sulle barche spinte dai monsoni alla volta dell’Asia, cariche di avorio, tartaruga, ambra e tornavano in autunno portando sete, spezie, porcellane. Si affaccia sulla banchina Lamu House, due palazzi storici trasformati in albergo di charme nel rispetto dell’architettura swahili, arredati con pezzi di design e di antiquariato locale. Gli ospiti possono scegliere di soggiornare in una delle cinque camere matrimoniali, quasi tutte con terrazza in ciascuna casa oppure di riservare l’intera proprietà, usufruendo della zona living affacciata sul patio, della piscina, la terrazza sul mare. Ma anche godersi una cena sotto le stelle, a base di piatti della tradizione, reinventati dall’ottimo chef o andare alla scoperta dell’arcipelago a bordo dei due dhow con equipaggio a disposizione. Alle spalle, la via principale Usita wa Mui, punteggiata di botteghe degli ebanisti. Qui si scopre la raffinata Baraka Gallery, che espone sedie e poltrone realizzati in legni intagliati artigianalmente  secondo le antiche tecniche dei maestri ebanisti che crearono le finestre simbolo dell’isola, ma anche tessuti lavorati dello Zaire. Nelle giornate più calde ci si rifugia al Lamu Museum. Tra i muri intrisi di salmastro si scopre un variegato bric-à-brac, senza sorveglianza. Modellini dei battelli del Nilo, gioielli in argenti, ceramiche somale e yemenite. E dagherrotipi ottocenteschi del capitano di fregata Charles Guillain che immortalò donne isolane in bellissimi ritratti. Il pezzo più prezioso  sono due corni cerimoniali (siwa) del 1400 lunghi circa due metri, uno in zanna di elefante, l’altro in rame, restaurati dal British Museum.

12 chilometri di spiaggia deserta e un hotel leggendario
Ma il villaggio preferito dai bon vivant internazionali, che hanno comprato e restaurato palazzi moreschi, è il medioevale Shela, sull’estrema punta sud-est dell’isola, mezz’ora di strada a piedi o 10 minuti a bordo di un dhow:  la grande attrazione è la spiaggia bianca di 12 chilometri semideserta, che circonda il promontorio, annunciata dalla distesa di dune scolpite dal vento. All’inizio un castello fasullo, con torri e merli costruito da un eccentrico imprenditore italiano. Sfiora il mare di Shela il giardino del leggendario hotel Peponi, una storia che  si intreccia con quella dell’isola. Negli anni Cinquanta era la casa di Bunny Allen, l’ultimo dei grandi cacciatori bianchi di elefanti, che aveva partecipato a battute con Karen Blixen e Denys Finch Hutton, a cui è ispirato il film La mia Africa, e lavorato come consulente nel mitico film Mogambo, con Ava Garden e Clark Gable. Nel 1967 la famiglia danese Korschen lo acquista e lo trasforma in un piccolo hotel. Oggi è Carol, l’erede, a tenere le fila dei variegati ospiti, tra cui molti habitué che considerano l’hotel una casa dove tornare una volta all’anno. Organizzando battute di pesca d’altura, escursioni a bordo di un dhow nel dedalo dei canali tracciati dalle mangrovie, snorkeling tra gli isolotti di corallo o un picnic a base di aragosta a Kipungani, dall’altra parte dell’isola. Al Peponi si serve anche la miglior cena dell’isola: carpacci di pesce, tartare di tonno e bella carta dei vini, a lume di candela, con sottofondo di musica classica. Nella boutique rifornita di manufatti degli altri paesi africani, si trovano bei gioielli in argento, bracciali, cinture e collane, pantaloni e casacche in kokkoi, i pareo locali (la divisa della vita isolana), batik dello Zambia e una bella collezione di libri di lifestyle coloniale. A pochi metri, è una piccola oasi di buongusto la galleria My Eye, specializzata in batik d’autore, arazzi, ciotole in legno. Ma anche sculture e quadri di Armando Tanzini, l’artista livornese che si è trasferito a Malindi trent’anni fa, autore del famoso quadro DO NOT FORGET AFRICA e fa la spola con Lamu, rifugiandosi in una fascinosa casa isolana.

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