Pregano Hailé Selassié, suonano reggae e fumano ganja, la marijuana, diffusa più del tabacco o del rum. I “figli del vuoto”, seguaci della strampalata profezia rastafari, cercano i propri simboli di libertà nelle capanne affittate per pochi dollari dai pescatori di Negril, il villaggio che si affaccia sulla lunga spiaggia bianca tra le palme e gli alberi del pane, e nei pellegrinaggi a Tuff Gong, la casa di Bob Marley, uno spazio trafficato, irreale, sempre attraversato dalla musica. Ma quando il cielo si illumina delle luci del tramonto, il Rick’s Café sulla scogliera più a ovest dell’isola, amato come quello di Casablanca, si riempie di rasta dai capelli a dreadlocks e dei racconti sul bucaniere Henry Morgan e le dodici navi puntate contro i galeoni spagnoli carichi d’oro.

“Jah make”, Giamaica, fatta da Dio: il reggae dai ruggiti di leone, le case georgiane di Port Antonio e le spiagge di James Bond, scanzonata come un ritmo di Peter Tosh. E poi Kingston, la capitale con decine di crimini a settimana, difesa dal forte vento dell’ovest che impedì l’attracco alle caravelle di Colombo, chiusa come un riccio, con i suoi quartieri chiamati “Città fantasma”, “Letamaio” e i lunghi portici abitati dai senzatetto. Si entra nel Far West a Spanish Town, una sonnolenta città di provincia, tra piantagioni di canna da zucchero, montagne che sfidano il cielo. È una delle tappe del vecchio treno che sferraglia attraverso l’isola carico di indigeni con i panieri colmi di manghi e di ackee, il frutto locale dal sapore di uova strapazzate, e quindi scende verso Montego Bay, il porto del lardo ai tempi delle colonie, oggi invaso dagli americani e dalla Red Stripe, la birra locale amata dai gringos. Qui si dà appuntamento la folla lucida di olio solare, le ragazze con le immancabili treccine inaugurate dalle madri vent’anni fa sulla spiaggia responsabile dello sviluppo scriteriato di “MoBay”, come tutti la chiamano: Doctor’s Cave. Qui nel 1906 fu installato il primo stabilimento balneare dell’isola, dopo la scoperta che le sue acque avevano proprietà curative. Al tramonto il reggae scorre a fiumi come i rum punch e i sogni delle turiste in cerca di emozioni accarezzate dalla brezza di mare chiamata dai locali “vento dei becchini”.
Tra le rocce dalle forme sensuali, lungo la spiaggia a circa 3 chilometri di Ocho Rios, si calmano le acque infuriate delle Dunn’s River Falls, le celebri cascate che precipitano tra limpide piscine naturali nascoste tra piante e fiori. Il canto dei grilli e delle rane accompagna quello degli uomini e degli strumenti musicali suonati al lume di candela. Al buio qualcuno narra la leggenda di Antilia, il continente fantastico, mentre la musica attraversa la foresta popolata di miti e di avventure, dove ogni albero è arrivato da molte miglia, come gli uomini: l’albero del pane da Tahiti, l’avocado dal Brasile, il cocco dalle Indie, il mango da La Réunion, il flamboyant dal Madagascar.

L’altra Giamaica, quella degli habitué che ritornano ogni anno come rondini alla ricerca di lussi sibaritici, si dà invece appuntamento a Port Antonio, l’antico porto delle banane. Non è luogo da tutti. Occorre non avere paura del silenzio delle notti caraibiche interrotto dagli animali della foresta. Occorre saper rinunciare alle sere sfrenate di Ocho Rios e Negril, e apprezzare i concerti improvvisati delle steel band tra le case vittoriane con i balconi in ferro battuto bianco e i pittori all’opera a Dragon plaza. Poi si può innamorarsi della Blue Lagoon, lo specchio di mare cobalto, così profondo che il blu fa concorrenza a quello del cielo. L’attore americano Errol Flynn, irriducibile giocatore e bevitore, era approdato per caso con il suo yacht Zaca – che in samoano vuol dire Pace – reduce dal successo dei film di cappa e spada in cui salvava dobloni e fanciulle rapite, in questo villaggio sulla costa nord orientale: un mercato, due chiese, le Blue Mountains alle spalle, le piantagioni di caffè. E osservando le zattere di bambù che trasportano banane lungo le rapide del Rio Grande, aveva lanciato la grande moda di quegli anni, il rafting. Finì tutto in una notte senza luna quando gli invitati a un party in smoking, cui partecipava anche Truman Capote, caddero nelle acque impetuose del fiume. Lungo le rive la gente lava le stoffe color del mare e del sole, ma gli Indiana Jones moderni scivolano ancora lungo le rapide attraverso la giungla. All’arrivo, i patiti dei diplomi possono ottenere un attestato del viaggio umido e avventuroso, 2 ore e mezzo in tutto, il “rafting certificate”. I verdi aspettano il passaggio dei white clings, i bianchi aironi che popolano la zona. Si aspetta l’alba con i ritmi reggae del Roof Club, l’unico locale dove Flynn non ha messo piede, frequentato però da Tom Cruise, Linda Evans e Bruce Willis. Vista mozzafiato su Port Antonio dal bar del Bonnie View Plantation Hotel, uno degli alberghi più antichi dei Caraibi dove le camere costano ancora meno di 100 dollari. Il più romantico è, invece, il Dragon Bay, una manciata di ville sulla spiaggetta bianca dover far perdere le tracce tra piantagioni di canna da zucchero, giardini tropicali, ibisco e filodendri aggrovigliati. Al mercoledì, tutti alla cena-festa del De Montevin Lodge di Fort George street, un’istituzione tra i viaggiatori per le sue 13 camere di basic comfort, e i menù giamaicani a base di ackee, baccalà e banane bollite.

Rose, il taxista con il sorriso stampato sulla faccia larga, guida un’automobile immensa foderata di moquette lungo le strade polverose, tra i contadini scalzi e i suonatori di limbo e di banjo. Ogni giorno porta qualche turista a Boston Beach, gioiello bianco incastonato tra le rocce dove si gusta il jerk-pork – il maiale cucinato al fuoco di pimento e aromatizzato con spezie come facevano i bucanieri – e torna a prenderlo la sera, quando le donne che vendono cappelli di paglia intonano i canti del mare. I turisti understated hanno i loro rifugi negli hotel di charme sparsi sull’isola. Come lo Strawberry Hill, a mezz’ora d’auto da Kingston: nove bungalow a più di 1000 metri di altezza nella foresta pluviale delle Blue Mountains, dove le cascate si aprono un varco tra felci giganti. Tutto è perfettamente caraibico: parquet non trattato, stuoie, letti a baldacchino e un ristorante che serve un irresistibile dolce di ananas, mango e salsa di passion fruit. A Negril, una piccola tenuta a ovest ospita chi non vuol perdersi il tramonto più incandescente: è il Tensing Pen Village, un’infilata di cottage dal tetto di paglia come un villaggio polinesiano, a picco sulla scogliera. Ma la più bella spiaggia si nasconde come un gioiello prezioso. Qui la chiamamano James Bond Beach perché vi furono girate alcune scene di Licenza di uccidere, e sta a circa 1 chilometro da Ocho Rios. Con un po’ di pazienza, e qualche dollaro agli indigeni, si riesce a trovare il cancello che separa dal mondo la spiaggia bianca, il sentiero nel palmeto e la cascata di Roaring River, il Fiume che Ride, che si butta in mare. A una ventina di chilometri, a Oracabessa, abitò Ian Fleming, il romanziere che ha inventato 007. La sua casa si chiama Golden Eye e si può affittare. La cifra, con molti zeri, è un segreto noto a pochi. D’altronde “se devi chiedere quanto costa, vuol dire che non te la puoi permettere” diceva Pier Pont Morgan, il miliardario americano che, dondolandosi su un’amaca, si riposava in Giamaica dai capricci di Wall Street.

© Sailing & Travel Magazine 2013 – Riproduzione riservata

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