Era un noioso giorno d’estate al lavoro. Uno di quei giorni in cui fuori il sole spacca le pietre e potresti imprigre senza sensi di colpa a bordo piscina con un Vanity Fair tra le mani. Io invece ero costretta in ufficio nel lacerante freddo dell’aria condizionata.

 

Avevo un sacco di inutili cose da fare nel mio clautrofobico cubicolo, e mi mancava lo spirito e la motivazione per leggere la valanga di email che marcivano nella mailbox. Nu’ ce la potevo fa’. D’un tratto, come una manna dal cielo, appare, con il suo inconfodibile trillo, l’icona azzurra nell’angolo in basso a destra: un’email di Maria, la mia collega-amica “guapi” l’Argentina. La apro con impazienza: non solo non si trattava di lavoro, ma di un workshop su yoga teachers! Capisco che alla maggior parte degli umani il tema possa non suscitare grande interesse, ma per una hippy-glam-wannabe come me, roba da fare un piccolo saltello sulla sedia girevole. Dato il castrante divieto di aprire link al cubicolo, pena l’avvertimento scritto dai vertici aziendali (in inglese written warning incute ancor più terrore) e la revocazione al diritto a premi e ricompense, decido di appuntarmi l’url da qualche parte. L’azienda per cui lavoro è paper-free (benvenga il risparmio del consumo cartaceo), quindi mi marco a pennarello indelebile l’URL sul braccio sinistro.

 

b2ap3_thumbnail_blog-sevaunite-5.jpgArrivata a casa apro il link, sevaunite.org, e subito gli occhi mi si illuminano di curiosità. Scorro veloce tra titoli e righe: si tratta di un’organizzazione no-profit che porta la pratica dello yoga nelle prigioni del Sudafrica, in particolare Poolsmoors, una delle più temute. Con la stessa trepidazione con cui scartavo i pacchi di Natale a sei anni, inizio a sfogliare ogni pagina, apro link, gruppi Facebook, curioso tra le foto, e infine mi ipnotizzo sul video TedEx, dove il fondatore, Brian Bergman, racconta del suo meraviglioso progetto e della sua esperienza. Mi sento profondamente ispirata. Sono così toccata e commossa, motivata dalle parole di Brian che non resisto a mandargli un’email e iscrivermi al worshop per insegnanti. Incontrare Brian e Leela (co-fondatrice) di persona e passare un pomeriggio ad ascoltare le loro storie è meraviglioso. 

 

Ma ecco un po’ di fatti: la prigione di Poolsmoor nei sobborghi di Cape Town è una delle più temute prigioni del Sudafrica, e tra i detenuti ci fu anche Nelson Mandela. Ci lavorano 1.278 membri, può “accomodare” 4.336 detenuti, ma al momento ha una popolazione di oltre 7.000 anime. Il gangerismo è uno dei più drammatici risvolti all’interno della prigione e molti dei detenuti vengono recrutati in carcere e una volta rilasciati mantengono il proprio status acquisito dietro le sbarre. Il 60-90% dei detenuti commettono reati entro tre anni dal rilascio. Insomma, andare in prigione aumenta, invece che diminuire, le possibilità di commettere crimini. 

 

b2ap3_thumbnail_blog-sevaunite-3.jpgMi infuria leggere queste cose. Immaginate un mondo diverso, dove al momento del rilascio gli ex-detenuti diventano membri attivi della società. SevaUnite promuove proprio questo cambiamento attraverso lo yoga. Dietro l’estenuante lavoro di SevaUnite ho visto la caparbietà rinvigorita dalla passione, il cambiamento motivato dalla una pratica costante, lo spirito di una battaglia zen che vince grazie al raggiungimento della propria pace interna. Dopo il workshop mi sento viva, motivata, ispirata, con una tremenda voglia di fare! Brian e Leela raccontano di meravigliose storie di successo, come John, il detentuto che è diventato un yoga master praticando quotidianamente e insegnando a sua volta. 

 

SevaUnite ha altri progetti al di fuori delle carceri e per cui ho iniziato a collaborare. Non so quanto le mie lezioni possano aver influito tra il mio gruppo, ma sicuramente hanno fatto bene a me. E SevaUnite è anche questo generoso egoismo in cui chi da riceve, forse anche di più. Il mio spirito è leggero e pieno di gioia anche dietro al cubicolo su cui soffia l’aria congelata di una grande corporate. In fondo sogno il migliore dei mondi dove le piccole azioni quotidiane possano fare la differenza. E la palesa conferma, stranamente, non mi è arrivata dalle mie visite settimanali nelle township in veste yogini dove mostro la posizione dell’albero, ma, e mi vergogno anche un pochino ad ammetterlo (sono brianzola, seconda solo ai genovesi), dalla campagna di raccolta fondi promossa al momento da SevaUnite.

 

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Ho visitato la pagina e ho pensato “uh, 10, 50 dollari… questo mese devo risparmiare per AfrikaBurn, e sono già stata dalla parrucchiera e mi manca ancora l’estetista…” Ho chiuso la pagina con qualche leggero senso di colpa e passato la palla al prossimo Donald Trump o Bill Gate. Poi il pensiero mi colpisce come la palla in testa alla sfigata della classe: e se avessi dato solo 1, 5, 10 euro? È al massimo un mese di Vanity Fair, in fondo… E se altre 100 persone avessero avuto il mio stesso pensiero? Probabilmente SevaUnite non esisterebbe neanche…

 

E allora, cari lettori di Sailing & Travel, io il link per donare ve lo metto, poi vedete un po’ voi che fare… www.indiegogo.com/projects/prison-freedom-project-yoga-in-prisons

 

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