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Puntuale, quando il sole scende verso la Cordigliera occidentale, si alza il vento. Spietato, tagliente, cancella le rare orme sull’immensa distesa di sale bianco accecante incastonata tra le Ande all’estremo sud della Bolivia, soffia sulle carovane degli indios dai volti color pietra che rientrano nei villaggi dopo una giornata di lavoro per estrarre cristalli del prezioso minerale da Pachamama, la terra nutrice, uniche presenze vive del Salar de Uyuni: un paesaggio lunare di 12mila chilometri quadrati a 4000 metri di altezza creato dall’evaporazione del lago Minchin, grande come la Francia, che diecimila anni fa cominciò a ritirarsi.  

 

salar-de-uyuni-5Avamposto di altre solitudini delle Ande, a 5000 metri, lagune incastonate nei vulcani, rifugio di fenicotteri rosa, che diventano smeraldo, rosse, ocra nelle varie ore del giorno. E di città coloniali come Sucre o Potosì, la più importante del Nuovo Mondo, il forziere della Corona di Spagna, nata attorno alle miniere d’argento che l’hanno fatta talmente ricca, quattro secoli fa, da competere con Londra o Parigi. Non arrivano neppure gli echi dei traffici di La Paz, la capitale, in questa terra antica e saggia, intrisa di simboli sacri, come gli apu, le montagne innevate che dominano l’altopiano. Qui scendono notti punteggiate di grandi stelle a migliaia e costellazioni inverosimili che brillano come in nessun’altra parte del mondo… Migliaia di astri che pulsano nervosi, febbrili. Una schiera fosforescente che pare lanciarsi all’assalto del buio, scrive il romanziere boliviano Costa du Reis.

 

salar-de-uyuni-6La jeep sembra sospesa nel vuoto mentre corre verso il nulla attraversando la superficie smagliante disegnata a cristalli esagonali dalla sorprendente geometria della natura. Unico faro per i naviganti disorientati, i picchi innevati dei vulcani ai lati, smarriti nel cielo azzurro solcato da nuvole inutili. Non si vede un uccello, una foglia. Eppure, dopo una manciata di chilometri, anche il nulla si anima. Qua e là ingenui altarini di blocchi e lastre di sale per blandire dei inclementi, un ragazzo in bicicletta fischietta una melodia andina. 

 

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Gruppi di marziani con i cappucci e occhiali neri che proteggono il volto e gli occhi dai bagliori che bruciano pelle e retine, avanzano verso le piccole piramidi di sale, luoghi dai nomi simbolici che nessuna carta riporta, Montones de sal, Bloques de sal: sono i Chipaya di Colchani, un villaggio a dieci chilometri da Uyuni, gli indios discendenti degli abitanti delle steppe che dall’Asia centrale attraverso lo stretto di Bering approdarono in America 30, 40mila anni fa. Ignoranti delle leggi, spesso neppure censiti dal governo, ripetono da sempre gesti antichi: tagliano in grossi cubi la superficie del giacimento, più di 60 miliardi di tonnellate di sale, e li frantumano per ricavarne un prodotto purissimo che raggiunge i mercati dell’ America, lungo la via dell’argento usata dagli spagnoli per trasferire il metallo nei porti cileni e imbarcarlo sui galeoni per Siviglia.

 

salar-de-uyuni-7Nelle pozze d’acqua che si formano in superficie, los ojos del salar, gli occhi del salar le chiamano gli indigeni, si specchiano i coni dei vulcani della Cordigliera, Tunupa, Cuzco e Kusuna. Cattedrale nel deserto, l’albergo interamente costruito con questo minerale, dai muri, ai mobili ai letti: design primitivo per chi vuole godersi notti immerse nel silenzio come in un acquario.

 

L’oceano candido come neve ha le sue isole, evanescenti come  miraggi finché non si arriva a un centinaio di metri. Una foresta di cactus a candelabro, austeri come monumenti, alti anche più di 10 metri, vecchi anche di mille anni, ingentiliti da fiori giganti, spunta da una piattaforma di dieci ettari di terra nera, lavica: è l’isola del Pescado, con una piccola costruzione, dove un guardiano segnala i sentieri per salire in cima tra rocce e spuntoni: attorno non c’è altro che bianco. Ma al tramonto sfumature di rosa lilla, azzurro, blu dipingono il Salar.

 

Ai margini, Uyuni, poco più che un villaggio, un viale troppo largo, la chiesa, la banca e un piccolo albergo, Les Jardines de Uyuni, con un insospettabile  comfort: pareti tinteggiate in colori forti, un patio ombreggiato su cui si affacciano le belle camere arredate in stile. All’uscita della cittadina, una dozzina di locomotive a vapore del secolo scorso, di fabbricazione inglese, ospitate nel cimitero dei treni, testimoniano la fine di un’epoca.

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