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A quasi mezzo secolo dalla “Primavera”, i gabbiani gridano come allora sotto le volte di ponte Carlo e le anatre selvatiche sfiorano le acque della Moldava. Ma la Praga del Duemila, capitale di un paese in cui la storia è cambiata tre volte in cinquant’anni, è una città completamente nuova, la più bella d’Europa, come l’ha definita il New York Times.

 

Uno straordinario luogo di incontri, melting pot di popoli e genti, come nel Medioevo quando mercanti e nobili, artisti e letterati la raggiungevano attraverso la preistorica via dell’ambra che collegava il Mediterraneo al Baltico. Taste the West, assaggia l’Occidente, è il motto che attraversa i quartieri dove si affacciano palazzi restaurati in tinte pastello che ospitano ristoranti francesi e boutique dei grandi stilisti internazionali, mentre i magazzini abbandonati dove erano accatastati gli oggetti recuperati dagli opankari, i robivecchi slovacchi con i grandi cappelli, sono stati trasformati in locali etnici e boîte parigine.

 

Molte birrerie fumose sono diventate caffè high-tech repliche di quelli di Manhattan, in cui si servono piatti tex mex e brunch apprezzati da artisti e aspiranti scrittori americani. “Il nuovo Hemingway potrebbe nascere qui” afferma il Prague Post, tradotto in inglese, dedicato alla numerosa comunità yankee, più di quarantamila persone, di scrittori, direttori di orchestra, architetti. “Qualcuno si scandalizza perché beviamo Coca Cola o abbiamo qualche birreria in meno: è una tassa che pago volentieri per non incontrare soldati russi, viaggiare in tutto il mondo e non avere problemi di sopravvivenza“ dice Michael Viewegh, l’autore di best seller più celebre della Repubblica Ceca. 

 

Tutta l’intellighentia praghese è passata da Montmartre, taverna inaugurata nel 1911, “uno di quei luoghi dove non esiste la noia”. Oggi, nelle sale completamente ristrutturate, tra fotografie in bianco e nero, candele ai tavoli, si discute dell’ultimo film girato nella città set, location di un’infinità di pellicole come l’ultima scena della miglior offerta di Tornatore. Gli scrittori si danno appuntamento anche al Café Louvre, sulla Narodní, sopra al Reduta, tempio del jazz dove nel 1994 si esibì anche Clinton. Mentre l’establishment mondano apprezza i menu di cucina ceca rivisitata con tocchi francesi di La Perle de Prague, nel roof garden della Tancící Dum, la Casa Danzante, l’edificio più stravagante della città, in vetrocemento, con vista commovente sulla Moldava e sul Castello: il progetto è di Frank O. Gehry.

 

Le notti fumose della Praga magica, protagonista del bel libro di Angelo Maria Ripellino, si ritrovano nei deliri dei bevitori, nelle luci soffuse dei luoghi della musica ricavati in antiche cantine dai muri scrostati. Come l’Ungelt jazz & Blues Club, nel sotterraneo di un palazzo quattrocentesco,  dietro la cattedrale di Tyn.

Sulla collina di Petrin bianca di gelsomini a primavera, il Castello domina sulla foresta di pinnacoli, guglie sottili, cupole verderame, stradine struggenti, dove ogni portone si apre su tesori inviolabili. “La città vola via, tutta la città sta per levarsi in volo” disse Kafka osservando un quadro dell’espressionista Kokoschka. La stessa sensazione la si prova scendendo da Hradcany, la cittadella attorno al castello, che Kafka guardava dagli abissi della sua esclusione ebraica. Qui si scoprono la corte zeppa di statue settecentesche, i prati all’inglese, e soprattutto Zlata Ulice, la viuzza d’oro, con le case di bambola di cui si toccano quasi i tetti, tanto sono minuscole. I colori blu elettrico, ocra, verde prato ricordano gli esperimenti degli alchimisti che la leggenda volle abitassero qui ai tempi di Rodolfo II con l’incarico di ottenere l’oro. È la prima tappa dell’itinerario più suggestivo della città che attraversa Malà Strana, la piccola città, vecchio quartiere degli immigrati tedeschi, oggi la rive gauche. Qui si può passeggiare senza meta la sera, quando la luce dei lampioni si sovrappone al rosa sfumato del crepuscolo in via Nerudova, dalle case dai nomi di favola, “All’angelo rosso”, “Ai due soli”, dove abitò il poeta Neruda.

 

Sulle dimore barocche delle famiglie dell’Imperatore, lugubri e misteriosi draghi, vendicativi leoni, consolatori violini, grappoli d’uva invitanti, tutte insegne che nel Medioevo hanno sostituito i numeri civici, vegliano sui tre popoli, ceco, tedesco e israelitico che abitano la città. Ogni angolo di questo mondo, dai palazzi imponenti come il Walstein o la chiesa di San Nicola, dalla cupola verderame,  il più bell’esempio barocco della città, nasconde sortilegi.

 

Ma è ponte Carlo il simbolo della città,ricettacolo nel periodo barocco di sfaccendati e mercanti, che unisce Malà Strana Staro Mesto, la città vecchia. È un viale sospeso sulla Moldava dedicato a Karel, l’amato sovrano, costruito attorno al 1360, arricchito dal 1700 delle statue in pietra arenaria dei vari patroni dei notabili del tempo, in tutto trenta figure e gruppi scolpiti, in cui a primavera si rifugiano le api intirizzite. Oggi band di puro dixieland si mescolano a mimi e santimbanchi. Attorno, gioielli architettonici come la piazzetta dei Crocìferi nella città vecchia, la chiesa di San Salvatore.

 

Nella piazza Staro Mesto, l’attrattiva principale è l’orologio astronomico di Mastro Hanus della torre del Vecchio Municipio, accecato perché non ripetesse una meraviglia simile in un’altra città. È l’appuntamento immancabile di praghesi e turisti che aspettano lo scoccare dell’ora per vedere sfilare le figure del teatrino allegorico: la Morte, il Turco, l’Avaro, il Gallo irriverente.

 

Addossata alle rive del fiume, la città ebraica, il Quinto quartiere. L’orologio del Municipio ha le lancette rivolte  all’indietro, verso un tempo antico in cui si viveva di usura e compravendita, tra casupole e stradine contorte in uno spazio talmente esiguo, che gli alberi erano dipinti sui muri e il cimitero il solo giardino. Gli ebrei di oggi si ritrovano nella sinagoga Vecchia nuova del 1270, in cui il sole illumina l’interno attraverso le finestre gotiche.

 

Nel cimitero ebraico, una collinetta cintata da un muro, con le sue undicimila tombe, si respira l’antichità di mille anni di storia. Per far posto ai nuovi morti, si coprivano i vecchi con uno strato di terra (in alcuni punti si contano fino a 12 strati), una catacomba. Le lapidi rosa e grigie distorte e accumulate sono segnate da animali  scolpiti, che rappresentano il nome della famiglia, da simboli di mestiere come pinze o forbici o dal grappolo d’uva che denota esperienza. La tomba più venerata è quella del rabbino Lowe, vissuto nel 1500, santo dell’ebraismo, creatore, secondo la leggenda, di Golem, il suo servo fedele d’argilla che prendeva vita quando nella sua bocca veniva introdotto un foglio con una misteriosa scritta magica.

 

Scrive il poeta Nezval: “Il tempo fugge e io vorrei dire ancora molto di te. Il tempo fugge e di te ho detto poco sinora. Il tempo fugge come una rondine e accende le vecchie stelle su Praga”.

 

© Sailing & Travel Magazine 2014 – Riproduzione Riservata

 

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