madagascar-tulear

Il cuore africano batte nella sfilata di baobab maestosi che sfidano il cielo azzurro (nella foto in basso a destra) dove galoppano nuvole bianche, nei flamboyant dai fiori scarlatti, nelle orchidee, un ottimo affare per gli orticoltori occidentali che le clonano per i collezionisti. “Quando la tempesta tuona sui monti d’Ankaratrà, fioriscono le orchidee a Anjafy” recita un hain tein, raccolta di poemi locali. Gli insetti impazziscono nei campi sferzati dal vento e il profumo di vaniglia invade le spiagge dissolte nella luce dell’oceano.

 

Umadagascar-baobabna sorta di torre di Babele abita sotto il cielo morbido e umido del Madagascar. Sono africani i guerrieri delle savane, i pastori dell’interno, gli zebù che arrancano trascinando immensi carri colmi di tutto. Ma il tantara, la tradizione orale malgascia, racconta che a Fort Dauphin, sull’estrema punta meridionale, approdarono popolazioni dell’Indonesia e della Polinesia. Le tracce di quello sbarco si ritrovano nel culto dei morti analogo a quello praticato in Borneo, nelle risaie, nei risciò, nei tratti somatici degli abitanti, soprattutto i Merina dell’altopiano centrale, la “borghesia del paese” nelle lagune e nelle acque dalle sfumature polinesiane. Come gli aborigeni australiani, i malgasci credono negli spiriti, si perdono nei riti animisti, hanno seminato il loro territorio di luoghi sacri. E guardano con ironia i vasaha, gli stranieri irriverenti che non  tengono conto dei luoghi fady, tabù. Come le compagnie alberghiere che si ostinano a ricostruire hotel e villaggi turistici in una terra probita sull’isola di Nosy Be (nella prima foto in copertina), nonostante le alluvioni e le sventure che si abbattono di volta in volta sulll’edificio.

 

madagascar-tulearTra Tulear e Saint Augustin, lungo la costa occidentale spazzata dai venti e dalle onde tenute a bada dalla barriera corallina, cinquantamila Vezo, i nomadi del mare, si spostano per decine di chilometri con le laka, le piroghe a bilanciere (nella foto a sinistra), cacciando gli squali, inseguendo branchi di lamatra, i grossi sgombri, e di acciughe giganti. Le loro case sono tende fatte con le vele, a volte con stoffe colorate, i lamba, l’abito nazionale malgascio. In mezzo al villaggio di Anakao,  l’anjomba, la casa degli uccelli, centro culturale, piena di ex voto marini, scaglie di tartaruga, alghe, coralli, perline infilate in una cordicella, il cosiddetto filo della vita. Al tramonto, seduti sulle dune di sabbia bianca, donne con il cesto sulla testa attendono il rientro dei pescatori, tra aironi, granchi e miriadi di conchiglie.

madagascar-salary-sOgni anno, a metà agosto, puntuali come un orologio, al largo di Anakao, passano le balene in viaggio dall’emisfero Nord verso l’Antartide. Nella stagione delle piogge non si pesca: il mare è troppo pericoloso per le fragili barche. Un fermo biologico non rispettato dai grandi battelli giapponesi che fanno razzia di ogni forma di vita in modo forsennato distruggendo i fondali. Tra Salary (nella foto a destra) e Tsiandmba, dune spettacolari scendono verso la spiaggia, protetta dall’immensa barriera corallina. Una miniera per i malacologi di tutto il mondo che setacciano anche il mercato di Tulear, una distesa di conchiglie, come la Cypraea mappa alga, istoriata come una carta geografica,  in bella mostra tra fossili rari e geodi giganteschi, e i giocattoli di latta costruiti dai bambini con vecchie bombolette di insetticidi.

madagascar-fiume

Monumenti colorati, con recinti in muratura, sparsi nella boscaglia attorno a Betioky, annunciano il profondo Sud: sono le grandi tombe animiste dei Mahafaly, ricoperte di cumuli di pietre e, infilate tra un ciottolo e l’altro, decine di corna di animali. Qua e là scritte variopinte dichiarano il costo della costruzione e il numero degli zebù sacrificati al momento della dipartita. La vita del defunto è raccontata in modo allegro, con pitture e sculture naif. Una donna è raffigurata mentre prepara la cena, un contadino dietro l’aratro, un aviatore accanto al suo aereo. Cactus simili ad alberi solcano l’aria calda con le dita affilate, le strade attorno sono piste. All’estremo sud, a Fort Dauphin, nel 1500, i portoghesi piantarono il primo accampamento europeo in Madagascar. E’ ancora notte quando lasciamo la cittadina e con un barcone lento ci  infiliamo in un arabesco di acqua e palme. La sorpresa è al di là del promontorio: gigantesche scogliere di granito scuro e levigato, spiagge a perdita d’occhio, gruppi di pescatori.

 

madagascar-panganales-sSulla costa orientale, la piccola città di Vatomandry si allunga tra le lagune sospese tra cielo e terra. La strada si insinua tra torrenti e laghetti verso i canali di Panganales (nella foto a destra), creati dai coloni francesi per navigare in acque tranquille. Le piroghe scivolano snelle tra le case con i tetti appesantiti dai sacchi di sabbia per difendersi dal ciclone. Immersi a metà nell’acqua, i ragazzini dagli occhi neri danno la caccia al teky teky, un mollusco prelibato. Ma il luogo più sperduto, dove far perdere le tracce per un giorno o una vita, è Nosy Boraha, l’isola di Sainte Marie. Uno scampolo di giungla, con palme, fiori e prati che lambiscono la spiagge bianche e deserte della penisola di Ampanihy davanti a un mare smeraldo. A Sahasifotra i sub scoprono un giardino di coralli, pesci colorati, tartarughe, stelle marine rosso fuoco sopra due relitti.

 

© Sailing & Travel Magazine 2013 – Riproduzione Riservata

 

Guarda tutta la gallery
{igallery id=8793|cid=56|pid=5|type=category|children=0|addlinks=0|tags=|limit=0}

 

Commenti