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È la riviera del Vietnam, 200 chilometri a nord di Ho Chi Minh Ville, che tutti si ostinano a chiamare Saigon, un’oasi di spiagge e acque trasparenti, miracolosamente scampata alla guerra e al turismo di massa. Phan Thiet l’ho scoperta per caso, su consiglio di un amico scrittore di Hanoi che si rifugiava qui per lavorare.

In jeep sono passata accanto a Torri Cham, campi di rossi frutti del drago, porticcioli di pesca, laghetti punteggiati di fiori di loto. E una varia umanità, surfisti che sfidano le onde, fedeli che offrono fiori a Buddha, portatrici di anfore.

pesca in vietnam

Barche da pesca nel marina di Phan Thiet – Foto shutterstock.com

Mercanti d’incenso fanno seccare sui marciapiedi i bastoncini multicolore da bruciare in numero dispari nelle pagode. Alle prime luci dell’alba, uomini e donne con il volto segnato dalle rughe si muovono adagio negli esercizi del tai chi, la ginnastica tradizionale. Alloggiavo all’hotel Victoria Phan Thiet, immerso in un giardino di manghi e frangipani, in un bungalow dal tetto in paglia ispirato alle tradizionali case di campagna vietnamite. Davanti, l’immensa piscina sembra sfiorare il mar della Cina.

phan thietMa l’emozione più grande l’ho provata arrivando alla baia di Mui Né, 16 chilometri di sabbia circondata da palme dove spiccano le famose dune di sabbia bianca e rossa che sembrano le gole del Colorado. Qui il Vietnam ha il sapore dei tempi in cui Marguerite Duras viveva nel piccolo villaggio di Sadec, sul delta, con l’amante protagonista del suo libro e del film di Jean Jacques Annaud. Quando scende la notte la baia si accende di una miriade di luci: sono le lanterne delle barche da pesca con gli occhi dipinti sulla prua per spaventare i geni ostili, in lontananza risuona il gong di una pagoda. Un vecchio maestro di calligrafia, curvo sul banchetto, disegna frasi augurali.

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