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“La macchina con le ali” gridavano i ragazzini quando avvistavano l’immensa limousine nera lunga dodici metri che arrancava lungo l’argine, sollevando nuvole di polvere. Hemingway arrivava così a Valle Grande, nella tenuta di San Gaetano, affacciata sulla laguna di Caorle, incantato da questi luoghi dai tempi della prima guerra mondiale, quando era volontario lungo il Piave. Scrive a Bernard Berendson nel 1948 “Sono un ragazzo del Basso Veneto…Sono un vecchio fanatico del Veneto ed è qui che lascerò il mio cuore”.

 

500 ettari di acqua e cielo

Oggi la sagoma rosata della grande casa di caccia del barone Franchetti che ospitava lo scrittore nel soggiorno lagunare, si riflette nelle acque ferme. Un pescatore a bordo di un barchino in legno prende il largo per una giornata tra i canneti, sostando ai casoni, i capanni di legno ricoperti con il tetto di paglia, appostandosi per intercettare un passo di pesci o un volo di germani reali. È una delle rare presenze umane della più vasta valle di pesca d’Italia, 500 ettari a perdita d’occhio di acqua e cielo: il silenzio è rotto dal canto delle cannaiole e, a maggio, del cuculo le cui femmine depongono le uova, usurpandone i nidi. “Acqua inconsistente acqua incompiuta che odori lava che odori di menta” scrive il poeta Andrea Zanzotto, cantore di questi luoghi.

 

Lande deserte

Qui non arrivano i barconi carichi di gitanti, non c’è traccia delle ciminiere che hanno fatto ricco il Nordest e neppure i motoscafi rombanti. “I rumori sono quelli di un cefalo che qua e là guizza a mezz’aria e ricade nell’acqua, del fruscio delle foglie appena mosse dal vento, del richiamo degli uccelli migratori che arrivano dopo un lungo viaggio dai Paesi dell’Est e scendono con larghe volute sulla laguna” scrive Hemingway in Al di là del fiume tra gli alberi, ambientato in queste barene deserte esplorate in compagnia del fedele barcaiolo Florindo Silotto, recentemente scomparso. Dalle rive spuntano canne con il filo dell’amo in tensione.

Tutto è rimasto come allora

Sulla parete dell’Osteria da Nico, a San Gaetano, accanto alla casa dei Franchetti, spicca una grande foto dello scrittore dopo una giornata di pesca e di caccia in una di quelle botti di doghe di quercia immerse nel fondo della laguna. Tutto è rimasto come allora: i tavoli all’aperto con le tovaglie a quadretti, le panche in legno, le siepi stracolme di fiori e il vecchio bancone di legno per la mescita del vino sfuso. E, come allora, la vita di Caorle, a pochi chilometri, è scandita dal calendario di pesca. I pescherecci arrivano alla spicciolata nel porto canale, accostano alla banchina e scaricano centinaia di cassette colme di cefali, branzini, capesante presi d’assalto dai clienti contrattano all’ultimo centesimo.

 

Tutto parla di Venezia

L’anima marinara sopravvive nei volti corrosi dal sale e dal sole che si incontrano nei vicoli popolati di trattorie di pesce, un via vai di piatti saporiti, nei cartocci di “gamberi da passeggio” serviti con caldarroste ai turisti che passeggiano sul lungomare incantati. Tutto parla di Venezia, dal Rio Terà, il Canal Grande della cittadina dove si specchiano le case dai colori azzurri, bordeaux, giallo ocra, illuminate da lampioni dalla luce morbida, giallastra, allo straordinario campanile romanico di Santo Stefano, rotondo come una torre, al Duomo del 1038 che svetta sulla città come un gigantesco albero maestro di una nave.

 

Le spiagge lunghe e sabbiose

Dalla chiesa si raggiungono i murazzi, difesa contro le tempeste, e il mare. Spicca nell’azzurro il piccolo santuario bianco della Madonna dell’Angelo. All’interno, la statua della Vergine venerata dai pescatori. Racconta la leggenda che durante l’alluvione marina del 1727 le acque non riuscirono a entrare nella chiesa pur superando di oltre un metro il livello del terreno. Da qui si ammirano le spiagge, lunghe e sabbiose e il lungomare punteggiato di alberghi. L’ultima è quella di levante, dopo Falconera, foce liventina, avamposto delle valli di pesca, dei casoni, gli antichi tuguri di paglia, sapientemente ristrutturati. L’altra Caorle.

 

Un omaggio di uomini di mare

Pochi chilometri e si è a Portogruaro: il cuore antico del 1140, racchiuso da tre torri si allunga sulle rive del fiume Lemene. L’angolo più suggestivo è sulla destra del Municipio. Si specchiano nelle acque, tra macchie verdi, i Molini del 1200, si incontra qui l’antica Pescheria, dove fino a qualche anno fa c’era il mercato del pesce. Il piccolo oratorio in legno del 1627 è un dono dei pescatori di Caorle. Un altro omaggio di uomini di mare. 

 

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