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Il capitano Patrick Yver, il viso corroso dal sole, prende il largo con il suo motoscafo dal pontile dell’hotel Majestic di Cannes. A bordo gli inossidabili Madonna, Laetitia Casta, Silvester Stallone. Destinazione il ristorante La Guérite, un cabanon di pescatori sull’isola Marguerite nell’arcipelago delle Lèrins, a 2 miglia e mezzo, appuntamento dei divi dal 1947 per la bouillabaisse da ricordare. E’ uno dei tanti riti che accompagnano il Festival del cinema, dal dopoguerra attrazione fatale della Costa Azzurra. Oggi sempre di più evento immancabile per i personaggi del mito, ma anche cinefili dilettanti e curiosi, a caccia di un autografo, di una foto ricordo e dell’ebbrezza di poter dire “C’ero anch’io”. Il più vivo, il più ricco, in grado di consacrare un film e di lanciare nell’Olimpo dei grandi un regista o un attore.
Qui il mondo ha scoperto La Dolce Vita di Fellini premiato nel 1960 con la Palma d’oro, Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman, Taxi Driver di Scorsese. E Brigitte Bardot dal look ingenuo e malizioso, pantaloni alla pescatora e ballerine, che balla il mambo nel suo film d’esordio ambientato a St. Tropez, Piace a troppi del 1956 diretta dal marito Roger Vadim, Sofia Loren è stata premiata per la Ciociara, Sharon Stone ha messo all’asta per beneficenza il suo anello da ombelico. Mentre Robert Mitchum si è fatto fotografare a torso nudo abbracciato alle stelline, Jean Cocteau ha fatto più volte il presidente della giuria, Grace Kelly ha incontrato Ranieri.

cannes-5Caccia al posto nel “bunker”
Insomma, da 66 anni, per 12 giorni, la Croisette è il palcoscenico di una varia umanità. La popolazione triplica: trentamila professionisti del mondo della celluloide, donne bellissime, playboy, avventuriere, intellettuali, ricchi mercanti. Ospiti dei grandi alberghi, templi della Vie en rose, come il Carlton con le cupole gemelle ispirate ai seni della Bella Otero, il Majestic, il Martinez, dove ad ogni sgabello del bar corrisponde un nome prestigioso del cinema. Nessun divo rinuncia alla “montée de marche”, la sfilata sull’interminabile scalinata con la passatoia  rossa immortalata in tutte le foto e reportage televisivi che porta alla Sala grande del Palais des Festivals, 60 mila metri quadri, 12 teatri, che gli abitanti chiamano “il bunker”. Trovare una postazione piazzando una poltroncina dietro le transenne, installate alle 8.30 del primo giorno, è il modo migliore per vedere tutte le star,  tra applausi e ovazioni della folla: i posti davanti sono però riservati a fotografi e giornalisti che scrivono il proprio nome sull’adesivo incollato al suolo.

Vedersi un film, invece, se non si è in possesso della “carte”, passepartout per assistere alle proiezioni (ma gli accrediti chiudono a marzo), è un ‘impresa che richiede costanza e furbizia. D’altronde, nel 1981 il film Notre Dame sur la Croisette raccontava proprio le vicissitudini di un personaggio che tentava in ogni modo senza successo di espugnare il palazzo dei suoi sogni. Se non si ha un amico che conosce qualcuno dell’entourage, ci si può mettere in coda davanti all’Ufficio del Turismo: qualche biglietto c’è sempre. Un modo per sentirsi parte della kermesse, e godersi un buon film, è partecipare alla Quinzaine des realisateurs, lo spazio del cinema giovane, al Miramar verso il nuovo porto, dove si proiettano anche opere minori dei grandi. Ma la cosa migliore è scegliere i film degli esordienti, a volte autentiche rivelazioni. Dopo lo spettacolo, si può partecipare all’incontro con il pubblico molto “intello”. Un’altra chance è optare per una retrospettiva di un grande regista: film straordinari proiettati ogni sera sulla spiaggia, gratuitamente, come i fuori concorso. Qualche speranza si ha anche all’ingresso delle sale dove proiettano i film più importanti, in cartellone alle ore 20. La domanda di rito “Non avete un invito che vi cresce?” rivolta agli accreditati qualche volta ha dato buoni frutti. Fa parte dei riti del festival anche presentarsi alle proiezioni in anticipo: è l’unico appuntamento rispettato dai festivalieri, rigorosamente in smoking. 

cannes-4Colazione con George Clooney e Julia Roberts
Per entrare a una delle feste faraoniche organizzate dal pomeriggio avanzato all’alba, senza svenarsi in un albergo da 1000 euro a notte, si può prendere un tè o un aperitivo alla terrazza del Carlton oppure concedersi un pranzo all’Eden Rock, il ristorante del blasonato Hotel Du Cap incastonato tra le rocce, a Cap d’Antibes, appuntamento irrinunciabile dei divi o La Palme d’or, oasi culinaria del Majestic, due meritate stelle Michelin. Se si è disposti a pagare cifre da capogiro, una camera libera ce l’hanno sempre: così si può scoprire cosa prendono a colazione George Clooney o Julia Roberts, ascoltare gossip, ma soprattutto conquistarsi la fiducia di  camerieri e portieri che con una mancia consistente, sono spesso disposti a dare una mano per accaparrarsi un ingresso. Come il vicino di tavolo a volte in possesso di un invito in più alle feste. Ma si è certi di essere gomito a gomito con un divo nei  luoghi di culto dello star system sparsi in tutta la città. A cominciare dal ristorante Astoux e Brun, di una famiglia di pescatori, tavolini di marmo senza tovaglia, ostriche e scampi di giornata serviti fino alle ore piccole, il Cat Corner, lo “chic et choc” La Farfala, ma soprattutto il Coulisses, il più branché, eccellenti mojito sulla terrazza, al tramonto.

Dopo, è la festa: la musica impazza, la gente balla sui tavoli. New entry delle incandescenti notti del festival l’Harem, un mix di oriente e Maghreb, porta di un tempio indù, foresta di palme e bambu, immensa terrazza in teak dove si assaggiano ottime tajine. Aperto da poco anche l’Up Side Down, sontuoso, ritmi soft. I gay preferiscono Barbarella, il bar techno del Suquet e Le Twiggy, regno del kitsch, mobili anni Settanta, muri arancio e kaki, musica house e Pimky Twiggy, cocktail rosa bonbon a base di lamponi, tequila e pesca. Il cuore dei trenta-quarantenni batte per il Loft, sopra il ristorante Tantra, soft, musica chill out (“surexcité s’abstenir”) e per l’intramontabile Chunga con la cantante dalla voce roca rigorosamente in nero che spazia da Edith Piaf all’ultimo blues. Ultimo atto, El Caliente, di Daniel Ducruet, ex marito di Stephanie di Monaco, cocktail cubani, gruppi musicali salsa.
All’alba i suonatori abbandonano le sale piene di fumo, arrivano i venditori ambulanti del Marché Forville, il popolo della notte smaltisce l’ultimo rum in spiaggia e scompare negli alberghi. Attorno al “bunker”, con la base decorata dalle impronte delle mani e le firme delle celebrità, la leggenda continua.

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