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Un centinaio di abitanti, qualche decina di cavalli, niente elettricità né banche. Unico rumore, quello dell’Atlantico che lambisce l’istmo sabbioso di dune ondulate, il canto degli uccelli e i versi dei leoni marini attorno al faro ottocentesco che divide la spiaggia Norte dalla Sur. 

 

Un nome legato a un naufragio

Cabo Polonio è tutto qui. Un villaggio di pescatori con poche case di legno colorato, strade sterrate, qualche posada spartana come Los Corvinos, incastonato sulla costa nord est di quel paese di luce, di tango, di follia e di 12 milioni di mucche che è l’Uruguay. Il Brasile è a 60 chilometri, Montevideo a tre ore di macchina. Il nome del capo è legato a un naufragio, quello del capitano Joseph Polloni che colò a picco nel 1753 a bordo della sua nave in arrivo da Cadice.

 

Tra l’Atlantico e un mare di dune

Una terra al di là del mondo, un’isola perduta tra l’Atlantico e un mare di dune” spiega nella prefazione del suo libro Cabo Polonio il fotografo francese Stéphane San Quirce talmente innamorato del posto a cui ha dedicato anche il libro Liberté,  da acquistare qui un ranch solitario dove si rifugia appena può. Sono stati gli hippie negli anni Settanta i pionieri di quest’angolo sperduto di mondo, il più intatto di tutta la costa, fino al 1700 rifugio di pirati e di contrabbandieri.

 

Nomadi e surfisti

Un luogo che è diventato in questi anni l’attrazione fatale di nomadi internazionali, surfisti scaricati dai pickup che in venti minuti fanno la spola attraverso una foresta con la strada principale, ma anche di biologi che osservano foche, toninas, piccoli delfini neri, balene che scelgono questa baia per accoppiarsi prima di proseguire per il profondo sud. Perché questo è una riserva naturale, proibita alle auto private. Dove si galoppa a cavallo lungo il mare, si sfidano le onde con le tavole a colori vivaci e si ammirano tramonti più spettacolari del Sudamerica. Quando scende la sera, la spiaggia è punteggiata di grandi falò. Seduti attorno a circolo viaggiatori e abitanti sorseggiano mate e vino rosso uruguayano, avvolti nei ponchos per proteggersi dalle sventolate dell’oceano. C’è chi tira l’alba, sotto il cielo carico di milioni di stelle della notte tropicale, tra chitarre  e canti degli indigeni.  

 

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