La capitaneria di porto è diventata la galleria d’arte Hangar 14, gli ottocenteschi magazzini Lainé, un tempo depositi  di cioccolato e zucchero, ospitano le dissacranti opere del Capc, museo d’arte contemporanea visitato da 100 mila persone all’anno. Un antico magazzino per la maturazione delle banane è stato trasformato nel Passage Saint Michel, dove si affacciano le botteghe di cinquanta fornitissimi brocanteur.
Bordeaux ha cambiato faccia. In pochi anni, con la complicità dell’effervescente sindaco Alain Juppé, il palcoscenico della vita cittadina non è più la settecentesca Place de la Bourse ispirata alla parigina place Vendôme e illuminata dalle luci del Plan Lumière sperimentato al Louvre, ma i quais, i lungofiume, sogno anfibio a falce di luna, restituiti alla città con il progetto Bordeaux les deux rives, che accompagnano la sonnolenta e limacciosa Garonna nel lungo viaggio tra i vigneti verso ovest, all’oceano. Qui attraccavano le navi cariche di spezie, rum e vaniglia  in arrivo dall’America. Come l’Yo Pugon, l’ultimo cargo che arrivò da Dakar nel 1987 e si portò via il profumo di vaniglia e le risate dei marinai. Novelli Corto Maltese, dal fascino guascone, basco in testa e giacconi imbottiti, si danno appuntamento nei locali inaugurati nei docks restaurati, come Le port de La lune (59 quai de la Paludate), sulla rive gauche. Note di blues e di freejazz escono dalle stanze fumose tappezzate di foto color seppia dei grandi del jazz: fino alle due di notte si ordinano ostriche e vini pregiati. Sulla rive droite, ai piedi della collina di Lormont, innamorati e nostalgici si danno appuntamento ai tavoli dell’Estacade (quai de Queyries), terrazza su palafitte come una cabane di pescatori, per tartare di pesce e zuppe di crostacei.

Un mondo cosmopolita e clandestino

Città di vini rossi e sangue blu, Bordeaux vive la sua avventura nelle strade spettacolo, i vicoli scuri un po’ Napoli, un po’ Lisbona attorno a Saint Pierre, il quartiere della piazza del Parlamento, l’antica piazza del marché Royal, creata per aprire la città verso il porto. Ognuno ha la sua notte, vigile e attenta. Non si dorme nel Triangle, tra i fantasmi e le vanità di rue Sainte Catherine, la più lunga strada pedonale d’Europa. Echi di salsa e merengue popolano l’alba di Calle Ocho (24, rue des Piliers de Tutelle), il locale più vivace che si ispira all’hemingwayana Bodeguita del medio: cocktail della casa, naturalmente, il mojito. Clochard irriducibili riempiono la notte di poemi improvvisati sotto il campanile della chiesa di Saint Michel. Attori e registi che arrivano qui per la Festa del cinema, a luglio, si ritrovano a bere pastis e lillet, all’Avant scène, vecchio caffè dei portuali (36, rue Bories). Ci si rifugia nel silenzio a La Labottière (14, rue Francis Martin), un romantico hotel de charme, in una casa in pietra, dove si è affidati alle cure degli accoglienti proprietari, Liliane e Michel Korber.
A Saint Michel al marché des Capucines, le Halles Bordolesi riaperte dopo un importante restyling, i popoli d’altrove hanno trovato a radici, ragioni di vita e di speranza. In via de la Fusterie, cosmopolita e clandestina, tra saloni da tè turchi, gli esuli del Kurdistan giocano a domino, divorano la televisione di Ankara e bevono alcool. Musiche soul escono dal bar Cafecito, un fazzoletto dove si parlano tutte le lingue. A una bancarella di rue Gintrac, Ginette dalla voce rauca e i capelli sbiaditi, uscita da un romanzo, vende i più buoni lychees della città.

Grandi vini, memorie di Belle Epoque e modernità
Si è affrancata dal passato maledetto place Gambetta, protagonista di cacce al ladro spettacolari con i flic a sirene spiegate. Grazie all’apertura del Grand Cafè, in cours de l’Intendence, accanto a un’infinità di locali con le terrazze brulicanti di gente. E al Bistro du Sommelier (163, rue George Bonnac), un grande spazio di design, tempio dei Saint Emilion serviti anche a bicchiere che accompagnano la saporita fricassea d’agnello ai legumi. Tappa irrinunciabile anche il Café Louis, in place de la Comédie, nello stupefacente settecentesco Grand Theatre, uno dei più belli del mondo: lo scalone ha ispirato quello dell’Opera di Parigi. Per l’aperitivo, brulica di habitué Los Dos Hermanos (52, cours Victor Hugo), un angolo di Spagna: specialità, le tapas buone come a Madrid. Ci si smarrisce nell’ immensa Esplanade di rue de Quinconces, 126 mila metri quadrati, la più grande d’Europa che ospitava i concerti durante la Belle Epoque e i pranzi di Toulouse Lautrec e di Sarah Bernhardt. al prestigioso Chapon Fin. Oggi, le cene indimenticabili dei gourmet si consumano tra le suore che strizzano l’occhio in una rivista audace e i soldati che inseguono ballerine di flamenco, rappresentati nelle foto dissacranti alle pareti di Chez Ducon (20 allée de Tourny).
Tra i tetti rossi del centro spunta il simbolo del Terzo millennio, un’ardita costruzione in vetro e legno annoverata dalla rivista Traveller tra le sette meraviglie architettoniche del mondo moderno: il nuovo Tribunale è stato progettato da Rogers, che ha firmato il parigino Beaubourg con Renzo Piano.  A pochi passi, nel cuore della città che vuol rimanere villaggio, inebriata ogni primavera dal profumo di caprifoglio e dall’odore di resina della grande foreste delle Lande  portato dal vento di mare,  cascate di glicine e di vite sulle facciate in pietra bionda rivelano il mondo vegetale nascosto nelle antiche corti: sono centinaia i giardini bomboniera, dove si posano in autunno gli uccelli nel loro viaggio verso i Pirenei.

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