Tutto è cambiato. Grazie alla gente, la movida che ha acceso le luci di Psyrri, l’ex quartiere malfamato dove studenti e varia umanità tirano mattina nella miriade di taverne e locali inaugurati lungo la via Minouli e attorno a piazza Iroon, punto di osservazione privilegiato per scoprire le nuove tendenze. Una ventata di nuovo attraversa anche Kolonaki, il rione ultrachic dei rampolli di armatori e dei tycoon della finanza, mentre gli intellettuali sorseggiano ouzo tra nuvole di fumo nel bohemien Exarchia che vanta numerose citazioni nelle canzoni folk degli anni Settanta. Qui è partita la protesta degli studenti, sedata il 17 novembre del 1973 in una delle pagine più buie della storia greca.

Come Parigi e Barcellona
Ma il vero rinascimento è Gazi, l’ex gasometro dove le fabbriche dismesse degli anni Trenta sono diventate centri culturali come Tecnhopolis, sede di mostre interattive. Cogliere l’attimo è la parola d’ordine. Nella città che si ispira a Parigi e a Barcellona, la serata comincia con un concerto, un vernissage, una sfilata nel nuovo epicentro culturale, tra la Pireos e la Iera Odos, la ‘via sacra‘. L’ex setificio Athinais ospita cinema, bar, ristoranti e mostre. L’ex gasometro è diventato un favoloso centro per convegni e installazioni video, mentre l’altra torre ospita il museo dedicato a Maria Callas, pieno di memorabilia del mito più caro ai greci. Una chicca è anche il Benaki Museum(Vasilissis Sofias 1), dove si ammira la raffinata raccolta di Antoine Benaki: arte egiziana, bronzi e costumi regionali. Prima di immergersi nella follia di musiche e colori di Fantaseed, il locale più stravagante (Triptolemou 8): una sala con enormi papaveri psichedelici dipinti sul muro, divani stile Roma imperiale e un bancone che elargisce cocktail a ritmo serrato.

A volte, invece, la sorpresa è sotto terra
Si cammina lungo 2500 anni di storia, nella passeggiata di un quarto d’ora lungo l’acciottolato della via Ermiou che porta all’ottocentesca Plaka, sopravvissuta al sacco edilizio degli anni Cinquanta, irrinunciabile pandemonio turistico ai piedi dell’Acropoli, a metà tra una piccola Disneyland e Las Vegas, invasa da taverne e concerti di bouzouki, lo strumento tradizionale. Ma basta scantonare nei vicoli meno battuti di Anafiotica, la parte più autentica del rione, dal nome dell’isola da cui arrivarono gli immigrati che costruirono nel secolo scorso Atene capitale. E scoprire chiese bizantine, come Agios Nikolaos Rangavas, struggenti angoli levantini, casette a un piano imbiancate a calce, ricoperte di bougainville, che non stonerebbero a Mykonos, caffè dove i vecchi ateniesi chiacchierano e giocano a tavni, antenato del backgammon. Tra scalette e stradine, la vite passa da un giardino all’altro, tra cipressi e fichi d’India fino sotto le mura dell’Acropoli. La città sembra non finire mai. Case solitarie abbarbicate sulla collina, si alternano ad agglomerati in cui si destreggiano solo tassisti di consumata esperienza. La luce entra dappertutto, impallidisce il verde degli ulivi, tinge di viola il monte Imetto e le colline di Eleusi. Ma è l’Acropoli, la città alta in cui Pericle, a metà del V secolo a.C, pronunciò per la prima volta la parola democrazia, lo spettacolo più commovente. Un rito, al tramonto, è percorrere la via sacra e raggiungere il Partenone, e il più piccolo e leggiadro Eretteo, con le cariatidi. Da ammirare anche di fronte, dalla collina di Filopapou, quando il sole avvolge di sfumature rosate le colonne di marmo color miele.

Ritorno al futuro

Si ritorna nel terzo millennio a piazza Sintagma, la city, a metà strada tra l’Acropoli e Licabetto, con gli alberghi in stile europeo, le banche, gli aranci e le palme sopravvissuti al cemento e il palazzo del Parlamento dove gli euzones, le guardie reali in gonnellino plissettato si danno il cambio davanti agli occhi ammirati dei bambini. A volte, la sorpresa è sotto terra. Nella nuova stazione metrò della piazza, sono esposti i reperti archeologici trovati durante gli scavi. La domenica mattina, si passeggia tra i banchi di piazza Monastiraki, zeppe di monete, offerte votive, tamata in argento che ripropongono le parti del corpo da risanare. Gli ateniesi si danno appuntamento anche al vecchio Pireo, il terzo porto mediterraneo, dopo Marsiglia e Genova, che si allunga nel golfo di Saronico, fermandosi a Psalimani, affollato di yacht, e a Microlimano, preso d’assalto da venditori di pistacchi, chiromanti e molti gatti che si accasano vicino ai tavoli e restano fedeli ai commensali più generosi.

La rivoluzione ateniese non ha risparmiato la cucina
Finita l’era dell’insalata greca e tzatziki, souvlaki e moussakà, innaffiati dal temibile Retsina, è fusion la parola più usata (e abusata) nei piatti e nell’architettura,  dai Sushi-bar ai décor minimalisti. Vanno alla riscossa anche i vignaioli greci, come Gaia, Skouras, Nico Lazaridi, approdati alla barrique con i loro nettari ricavati dalle vigne del Peloponneso e della Macedonia, serviti in raffinati wine bar. In una villa ottocentesca nell’oasi verde di Kifissia, nella zona settentrionale, alle falde occidentali del Monte Penteli, si è installato Dimitris Pissias, il trasgressivo chef del Gelseis Me Onomasia Proelesis che mette in tavola un apprezzato galletto marinato nel vino bianco, con pomodoro, ouzo e pesto di erbe aromatiche. Il nome del locale significa “sapori d’origine controllata”: il maiale arriva da Naxos, il formaggio Kopanisti dalle Cicladi, la trota affumicata da Ioannina. Ma l’ apripista del new deal gastronomico è Lefteris Lazarou, chef dello storico ristorante Varoulko, il primo greco ad aggiudicarsi una stella Michelin, nel 2002, con i piatti scenografici, a base di eccellente pescato “ trattati con il cuore”, afferma con orgoglio. Da gustare in una location unica al mondo, la terrazza affacciata sull’Acropoli, illuminata dalle luci dorate che spiccano nella notte ateniese.

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