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Dopo 6500 miglia dalla spettacolare partenza, c’è ancora chi si batte con le scotte in bocca per metere la prua davanti all’avversario. Per esempio Amer Sports One e Djuice Dragon. Grant Dalton, uno dei monumenti della vela neozelandese, è al comando della sfida promossa dal cantiere Nautor (rilevato tre anni prima dall’imprenditore Leonardo Ferragamo) che ha due barche in regata, Amer Sports One, appunto, e Amer Sports Too, con equipaggio tutto femminile. Per una tardiva decisione di partecipare alla regata, entrambi arrivano alla partenza del giro del mondo con un importante ritardo di preparazione sugli altri team. L’esperienza del duro Grant, alla sua settima circumnavigazione del globo comunque, gli è sufficiente per imparare in fretta come funzionano queste barche e all’arrivo della seconda tappa si sta battendo per il quarto posto con Djuice Dragon, guidata da Knut Frostad (attualmente ceo della Volvo Ocean Race). 

 

Strambate come in un match race

Dopo seimila e passa miglia di mare le due barche sono a contatto visivo e la regata non è chiusa. Dalton recupera e Frostad non cede. Nello stretto di Bass, il braccio di mare che separa l’Australia dalla Tasmania, comincia così un gioco di strambate guidato dall’inseguitore. Knut sa che è vero quel che diceva il saggio Paul Elvstrøm: se vuoi vincere, mettiti sempre tra il tuo avversario e la boa, e così risponde manovra su manovra. I cambi di mura vanno avanti e così i turni in coperta. Per comandante Dalton è il momento di riposare e scende in cuccetta, mancano circa 24 ore all’arrivo e dopo lo sbarco di Keil Klipatrick, obbligato da un blocco intestinale, l’assenza di un uomo a bordo costringe tutti a risparmiare ogni energia. Amer Sport One naviga con tutta tela. Ha su randa, spi e un fiocchetto sullo strallo per stabilizzare la barca che viaggia al gran lasco in 30 nodi d’aria. Il prodiere si sta recando a prua per un’ennesima strambata. Ma a quel punto qualcosa succede. Negli istanti che precedono la manovra, la barca parte alla strapoggia fino a strambare. A quel punto, il boma si appoggia alle volanti sottovento, ancora in tensione perché dovevano essere sopravento, la scotta randa non si riesce a mollare e la barca con ancora lo spi gonfio e con il fiocco accollo, parte all’orza continuando a navigare con l’albero parallelo all’acqua a circa tre nodi, ma di traverso. Le foto di Rick Tomlinson e il video ripreso dallo stesso elicottero, mostrano bene che cosa stiano provando gli uomini a bordo.

 

Se in coperta tutti sono consci della situazione e per prima cosa si agguantano a qualsiasi appiglio utile per non finire in mare, chi è un cuccetta si accorge di quel che succede troppo tardi. Dalton è così sbalzato dal suo giaiciglio contro la cucina. Il volo è breve, ma l’atterraggio, molto cattivo, sbatte con la schiena contro la dura stampata in composito e rimane lì. Non riesce a muoversi, respira con fatica. Accorre Roger Neilson, a bordo col doppio ruolo di medico e navigatore, che verifica la probabile rottura di alcune costole e forse anche problemi alla colonna vertebrale. In ogni caso, Grant è fuori gioco. Un problema in più per Amer Sports One. Djuice Dragon approfitta della situazione e punta verso l’arrivo, chiudendo al quarto posto, raggiunto sette minuti dopo dall’insegitore.

 

Partenza a rischio

Arrivati a terra Dalton è portato subito in ospedale dove gli diagnosticano due costole rotte e tre vertebre incrinate. «Da niente a cinque ossa rotte in una volta sola», è il primo commento del comandante. Che manifesta subito l’intenzione di essere presente alla partenza della tratta successiva, ma capisce che dipende più dalla velocità di ripresa del suo corpo che dalla sua volontà. E non si stenta a capire perché: per chi abita e veleggia da quelle parti ci sono un sacco di motivi per essere a bordo. Quell’anno infatti la Volvo Ocean Race, che è alla sua prima edizione, ha deciso che la terza tappa si sarebbe chiusa ad Auckland, in Nuova Zelanda. La partenza è fissata il 26 dicembre, insieme alla Sydney-Hobart, la grande classica dell’altura australe: sulla stessa rotta per un pit-stop nella cittadina della Tasmania e poi via verso le terre dei Kiwi. In più, l’arrivo in patria è anche l’occasione ufficiale per rendere omaggio all’amico e compagno di sfide oceaniche Sir Peter Blake, ucciso solo 10 giorni prima dell’incidente di Dalton. Per la cronaca ad Auckland Dalton arrivò secondo, dietro all’imprendibile Illbruck, vincitore finale della regata.

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