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Il genitore che allena il figlio, è un sistema che funziona?

Qui abbiamo una sovrapposizione di ruolo, quello del genitore e dell’allenatore. Non è impossibile, lo sport porta diversi esempi in tal senso, anche molto funzionali in termini di rendimento, ma è complicato. Soprattutto quando parliamo di bambini, età in cui il ruolo educativo del genitore è fondamentale per la crescita, potrebbe presentarsi conflitti di interesse tra il genitore e l’allenatore. Al tempo stesso il bambino potrebbe non sentirsi libero di esprimersi trovandosi davanti il proprio genitore. Penso che un doppio ruolo sia faticoso, che richieda una consapevolezza del confine che separa i due ed una consapevolezza delle proprie aspettative come genitore e come allenatore.

 

Lo sport è educativo?

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Assolutamente sì. Il piacere di giocare stimola la motivazione, che a sua volta favorisce la sopportazione della frustrazione che l’atleta vive nell’accettazione delle regole, nel confronto con i propri limiti e non ultimo nella sconfitta. Stimola l’atleta a sviluppare un controllo di sé e delle proprie azioni, favorendo l’auto efficacia che a sua volta genera autostima. Non ultimo, lo sport offre un sistema di riconoscimenti, gratificando l’atleta. In virtù di questo penso che lo sport abbia un potente ruolo educativo e possa essere di supporto alla scuola e alla prevenzione sulla dispersione scolastica. 

 

Lo sport forma il carattere, quindi?

Sì, lo sport forma il carattere. Fondamentali sono le figure di riferimento, cioè le persone che hanno un ruolo importante nello sviluppo dell’atleta, la società sportiva, il coach, il preparatore atletico, la federazione e i genitori. È importante che nel relazionarsi considerino non solo l’atleta ma anche la persona. In questa direzione l’Analisi Transazionale di E. Berne, attraverso la teoria degli stati dell’Io (Genitore-Adulto-Bambino), permette di comprendere le dinamiche relazionali tra atleta e le persone con cui si relaziona. 

 

Che cosa significa parte bambina?

andrea-psicologia-4-okCome dicevo ci sono tre stati dell’Io: Genitore – Adulto – Bambino. Lo stato dell’Io Bambino è quella parte con cui veniamo al mondo. Contiene sensazioni pensieri e comportamenti legati a quando eravamo bambini, quando attiviamo lo stato dell’Io Bambino il linguaggio verbale e non verbale ci riporta al nostro essere stati bambini. Lo stato dell’Io Adulto contiene sensazioni pensieri e comportamenti legati al qui e ora, è quella parte che utilizziamo per analizzare la realtà, per pianificare, organizzare, per il problem solving. Lo stato dell’Io Genitore contiene sensazioni pensieri e comportamenti delle immagini genitoriali di riferimento, per esempio se io chiedessi a due persone che hanno avuto la stessa maestra delle elementari di descriverla, potrebbero offrirci un’immagine diversa della stessa persona, è l’immagine che viene introiettata, non la persona. Lo utilizziamo in modalità normativa e affettiva. Osservando lo sport attraverso il modello degli Stati dell’Io, possiamo riconoscere lo Stato dell’Io Genitore con il proprio sistema normativo (es. le regole di gioco), i confini (es. le linee che definiscono il campo) e i riconoscimenti (es. il rispetto dell’avversario, i premi, le vincite in denaro); lo Stato dell’Io Adulto che si esprime nell’apprendimento della tecnica, della strategia, della tattica di gioco; lo Stato dell’Io Bambino che si manifesta nell’aspetto ludico insito nel gioco e nel piacere che ne deriva. 

  

Ci fa un esempio per capire come gli stati dell’io interagiscono tra loro?

psicologia-atleti-1-sDecido di partecipare a una gara, penso a come prepararmi e analizzo strategia e tattica (stato dell’Io Adulto). Prima della gara e durante mi sostengo dicendomi “fai il tuo meglio!” (stato dell’Io Genitore). Questo messaggio sostiene e incoraggia, creando le condizioni per esprimere il mio meglio divertendomi (stato dell’Io Bambino). Questa è una situazione di armonia tra le parti, il dialogo interno è positivo e l’atleta può concentrarsi completamente sulla prova.

 

Dalla garetta tra amici all’agonismo cosa cambia?

Nella pratica sportiva l’obiettivo è, o dovrebbe essere, il piacere e il puro divertimento, il risultato è un contorno. Con l’agonismo nascono obiettivi prestazionali che modificano il rapporto che l’atleta ha con lo sport. Gli allenamenti cambiano e comportano rinunce, come i tornei che tolgono tempo allo svago, il confronto con avversari e la presenza del pubblico stimolano in modo diverso l’atleta, il confronto con il risultato assume un importanza diversa. Tutto questo vuol dire impegno, sacrificio, pressioni, frustrazione, che non devono soffocare il piacere e il divertimento. Penso che l’agonismo debba essere libera una scelta dell’atleta, qualunque età abbia.

 

 

Come vive il bambino agonista?

Se l’agonismo è l’espressione del desiderio del bambino, su tutte le emozioni e sensazioni prevarrà l’entusiasmo nel competere e il passaggio dal gioco sarà vissuto con naturalezza. Diverso è se parliamo di specializzazione precoce. Questa interessa quegli atleti che si trovano nella condizione di essere molto portati, bambini capaci di prestazioni di altissimo livello. Impossibile non accorgersene per un tecnico, la crescita iniziale è veloce, e il bambino si ritrova catapultato nel mondo del lavoro. Obiettivi che crescono e una competizione sempre più serrata, spingono il bambino ad allenamenti quotidiani. Alla sera poi ci sono i compiti per la scuola, i tempi di svago spariscono e la dimensione del gioco viene molto penalizzata. Non sta a me dire se sia giusto o sbagliato, penso però che la scelta dei carichi di lavoro debba rispettare lo sviluppo fisico e soprattutto psicologico del bambino.

 

Che ruolo hanno performance e risultato nella vita degli atleti?

psicologia-atleti-8-sLa performance è l’espressione dell’atleta nella manifestazione sportiva, di cui il punteggio è il risultato finale. Descrive e definisce l’atleta in quell’evento, non è l’espressione totale dell’atleta, l’atleta è molto di più. Al tempo stesso, l’atleta è una parte della persona, non è la totalità della persona. Sembra scontato ma non lo è, soprattutto per i bambini e gli adolescenti, che sognano di diventare campioni. L’associazione: “ho perso la gara, non valgo”, può inficiare l’immagine di sé come atleta e come persona. Il ruolo del coach è cruciale nell’insegnare al bambino a circoscrivere l’evento. Il bambino deve capire che il risultato, positivo o negativo, è un indicatore di ciò che ha funzionato e non, nella gara. 

 

andrea-nespoli-atletaQual è il ruolo dello psicologo sportivo?

Lo psicologo sportivo (a sinistra, Andrea Nespoli con un tennista), può lavorare su più fronti, con l’atleta, aiutandolo ad esprimere il suo potenziale, sviluppando i punti di forza e fortificando i punti deboli in un ottica di consapevolezza di sé. Con la squadra, stimolando le relazioni tra gli atleti e con lo staff. Con l’allenatore aiutandolo a sviluppare la leadership, acquisendo competenze comunicative e relazionali. Con la società sportiva, attraverso lavori di formazione. 

 

Nell’agonismo velico ci sono moltissimi fattori e variabili da prevedere, il mezzo da condurre, gli avversari da battere e il mare, con tutte le sue condizioni dalla bonaccia alla tempesta. L’elemento mare aperto come influisce sull’atleta?

La scelta di confrontarsi con il mare aperto esprime un attaccamento con l’elemento acqua che va oltre lo sport, lo sport diventa il mezzo per integrarsi al mare. La sfida diventa molteplice, con se stesso, con gli avversari e con il mare.

 

andrea-nespoli-1Per chi fosse interessato a contattare direttamente Andrea Nespoli può scrivere alla sua mail personale: [email protected] o contattarlo tramite cellulare al +39 335 534 7222.

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