psicologia-atleti-5-L

Campioni per forza o per scelta, cosa sentono e pensano i nostri baby sportivi,? Come se la cavano in situazioni agonistiche in cui la pressione è altissima? Abbiamo intervistato Andrea Nespoli, psicologo e psicoterapeuta, analista transazionale, lavora come psicoterapeuta con giovani e adulti e come psicologo dello sport (mental trainer) con club e atleti.

 

Un bambino come sceglie il proprio sport e seleziona, per esempio, uno sport di squadra o uno individuale?

Non si possono dare risposte generalizzabili a tutti: stiamo parlando di persone, quindi una risposta che può essere adatta a una persona può non esserlo all’altra. Credo che i genitori e le istituzioni, la scuola in primis, abbiano la responsabilità di educare a una cultura sportiva, lasciando i bambini liberi di sperimentarsi e misurarsi nelle diverse discipline. La scelta dello sport sarà la naturale conseguenza. Sicuramente possiamo dire che lo sport di squadra sviluppa la cooperazione, la collaborazione, il risultato è l’espressione del gruppo: anche le pressioni sono distribuite nel gruppo. Lo sport individuale esalta il confronto con se stessi accentrando la prestazione sull’atleta, questo vuol dire che la responsabilità della prestazione è completamente sulle spalle dell’atleta.

 

Può essere utile inserire un bambino timido in uno sport di squadra?

psicologia-atleti-3-sDipende dalla società sportiva e soprattutto dal coach, dal messaggio che passa alla squadra. Se valorizza e stimola l’integrazione, la cooperazione, il giocare insieme, si crea un terreno fertile nel quale il bambino timido può sviluppare la socializzazione. Mentre l’attenzione fortemente direzionata al risultato potrebbe inibire ulteriormente. Un’altra variabile da considerare è la coordinazione motoria e le competenze sportive del bambino. Buone capacità sportive agevolano l’integrazione e la socializzazione nel gruppo sportivo… Non è possibile definire cosa è giusto in assoluto, la selezione è la cosa più semplice e naturale, nel senso stesso della parola, il bambino prova e sceglie. Il bambino, non il genitore. È importante che l’atleta possa sentirsi libero di esprimere se stesso praticando lo sport.

 

Esistono dei condizionamenti nella scelta?

I condizionamenti sociali e ambientali esistono. Pensiamo alla comodità di accesso alle strutture sportive, agli sport praticati dalle figure di riferimento o dagli amici, o semplicemente dal luogo in cui viviamo, mare invece di montagna. Rappresentano uno stimolo naturale ad avvicinarsi ad uno sport piuttosto che a un altro. Il ruolo dei genitori è sostenere il bambino ed aiutarlo a trovare il suo sport. Diversamente parliamo di pressioni quando si desidera che il bambino soddisfi i bisogni altrui. Questa è diseducazione sportiva, lo sport diventa frustrazione, non esiste piacere e il drop out dilaga.

 

Ci viene in mente Open, il libro di Agassi.

Agassi descrive un genitore persecutorio, la frustrazione è onnipresente e il suo successo si costruisce sull’odio verso lo sport. Comportamenti di questo tipo sono distruttivi per l’atleta, per uno che arriva se ne distruggono migliaia con effetti devastanti sull’immagine di sé come persona.

 

Agassi è diventato un campione e ha quindi avuto un riconoscimento. Chi invece viene sottoposto a un allenamento che non valorizza il sé e poi perde, deve convivere con una doppia valenza negativa, da una parte l’insuccesso nello sport e dall’altra la frustrazione nel non soddisfare il genitore?

psicologia-atleti-9-sDi base Agassi è la mosca bianca, se prendiamo un nutrito gruppo di persone e le sottoponiamo a quello stress è possibile che qualche iperdotato del gruppo possa emergere, se pur a caro prezzo. Bisogna però considerare anche le conseguenze di tali comportamenti, che hanno come massima espressione il drop out per frustrazione psicologica, a mio avviso il più grande fallimento delle figure che operano con l’atleta.

 

Come reagisce il bambino frustrato da un punto di vista psicologico?

Quando la frustrazione soffoca il divertimento, l’atleta perde interesse nello sport, influenzando negativamente la performance. L’atleta entra così in una spirale negativa che ha come conseguenza estrema l’abbandono.

 

Vittoria e sconfitta? Come si affrontano?

psicologia-atleti-4-sPur essendo il risultato ciò che resta dell’evento sportivo, va letto come espressione dell’atleta all’interno del singolo evento. L’atleta è molto di più dell’evento sportivo, così come la persona è molto di più dell’atleta. Questo è un concetto molto importante, soprattutto quando parliamo di bambini e giovani atleti, in quanto protegge l’immagine di sé come atleta e come persona. Per esempio, il rigore sbagliato da Roberto Baggio ai Mondiali Usa 1994 ha contribuito a descrivere la sua prestazione in quella partita; l’atleta Baggio è molto di più di quella prestazione; se poi volessimo conoscere la persona dovremmo considerare molti aspetti che esulano dall’essere atleta.

 

È importante analizzare la vittoria/sconfitta per comprendere gli aspetti positivi e negativi della prestazione, così da renderla un’esperienza di apprendimento a prescindere dal risultato.

Non dimentichiamo che non esiste apprendimento senza errore, per imparare bisogna sbagliare! Pensate a quando avete imparato a leggere. Questo non vuol dire che bisogna incentivare l’errore, ma considerarlo un processo di crescita. Se devo insegnare al mio corpo a muoversi in un certo modo e mi dico che non devo sbagliare, il mio corpo si irrigidirà, non essendo libero di provare e trovare il giusto movimento richiesto, l’apprendimento sarà sicuramente più lungo e frustante, penalizzando il divertimento.

(Fine prima parte)

Commenti