Se chiedessimo ad uno strutturista qual è la taglia massima di un difetto per essere considerato ancora accettabile probabilmente non otterremmo risposta. Lo dico per esperienza. Ci sono software pazzeschi che fanno simulazioni complessissime utili a prevedere il comportamento delle strutture sotto carico (il FEM), ma tuttavia è necessario “alimentare” questi programmi con i dati in possesso relativamente a caratteristiche dei materiali singoli, composti, interazioni tra gli stessi, temperatura d’esercizio, ecc. Ecco, il punto è che da qualche parte bisogna fermarsi ed approssimare.

E qui nasce il problema, perché non si prendono molto spesso in considerazione la tecnica costruttiva, gli stress termici di riscaldamento e di raffreddamento, gli eventuali influenze date da esotermia, le emissioni gassose, l’efficienza del vuoto, ecc. Cosa vuol dire questo? Che il progettista cercherà in qualche modo di dimensionare una struttura che sarà sicuramente diversa da quella che avremo in realtà, e tanto più bravo sarà quanto meno distante sarà la previsione dalla realtà.

 

Capite però, con gran mal di testa per il costruttore, per il controllo qualità e per l’armatore, che molto spesso il progettista dirà “Non si può accettare alcuna discrepanza dalla perfezione” pur sapendo di trovarsi in un vicolo cieco. La bravura è allora solo e soltanto quella di riuscire a trovare un compromesso tra fattibilità e accettabilità. E in questo, devo ammettere, i Kiwi sono maestri.

 

 

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