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Leggi anche la prima parte: Raiatea e Tahaa

 

Da Raiatea ci vogliono 21 miglia, sei ore di navigazione, per raggiungere Huahine: è il tratto di mare più impegnativo perché si esce in oceano aperto, accompagnati da branchi di delfini. In realtà le isole sono due, Huahine Nui a nord e Huahine Iti, a sud, vicinissime, separate da uno stretto che sembra un torrente e collegate da un ponte. Quattro case sparpagliate nel bananeto annunciano Fare, la capitale indolente, con la banchina dove attracca la nave che arriva da Raiatea, carica di merci e di una folla multicolore, donne in pareo e coroncina di fiori, degna della tavolozza di Gauguin. Il canto di un gallo, un volo di sterne bianche, lo sciabordio dell’acqua contro lo scafo: è uno spot dei Mari del Sud la baia di Hana Iti, dove c’era l’esclusivo Sofitel distrutto da una tempesta nel 1998. Colori e atmosfere che si ritrovano, scendendo a terra, lungo la strada che porta alla baia, un negli acquarelli e negli oli esposti alla galleria Umatatea dell’americana Melanie Shook.

 

Le spiagge più belle

Riprendendo il mare, si può raggiungere il motu Topatii che segna l’entrata della grande baia di Maroe, dove fanno scalo le grandi navi da crociera: è una delle zone di pesca preferite dagli abitanti dell’isola, soprattutto per le aragoste e le cicale di mare. Ma le spiagge più belle sono lungo la costa sud. A Parea, si può gettar l’ancora davanti al ristorante Mauarii, di proprietà di una famiglia della Provenza: in scena eccellenti piatti di pesce, dal mahi mahi, ai crostacei come il varo, una specie di astice dalla carne delicatissima, insaporiti da salsa vaniglia e allo zenzero selvatico. Si raggiunge solo in barca l’hotel Tiare beach, bambù, teck, foglie di palma intrecciate, in un vasto giardino di ibisco fioriti. La colazione arriva a bordo di piroghe. Alla fonda, davanti all’hotel, catamarani, gusci di pescatori, velieri delabré che portano i segni di traversate avventurose per gli oceani.

 

Prua verso il mito

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Verso nord ovest, prua verso il mito. Il picco del monte Otemanu, perennemente avvolto dalle nuvole,  torre di basalto, vulcano di 750 metri, domina come un totem l’orizzonte. Bella da togliere il fiato, Bora Bora è l’isola che racconta meglio l’evoluzione geologica di queste terre vulcaniche. I trenta chilometri quadrati più famosi del Pacifico sono punteggiati di scogliere che precipitano a picco nel mare, baie che si insinuano nella lava, attorno un anello di corallo punteggiato di motu ricoperti di palme. I colori del mare cambiano da giada a indaco, dal blu cobalto al turchese, dallo smeraldo allo zaffiro.

 

L’altra faccia del paradiso

L’altra faccia del paradiso sono i coralli morti, i fare pilotis, i bungalow dei grandi alberghi appoggiati sui pali conficcati nella barriera, i motoscafi che fanno la spola con gli ospiti blasonati tra alberghi e il piccolo aeroporto sul motu Mute dove atterrano aerei privati degli emiri, le macchine lungo la spettacolare corniche che la circonda. Si entra attraverso la passe Teavanui, l’unico accesso alla laguna. A destra, il Motu Tapu, l’atollo più fotografato, privato e escursione tradizionale dei clienti dei grandi alberghi. Ma al tardo pomeriggio, quando tutti se ne vanno, si ormeggia a 200 metri lungo la costa est. E si può scendere a terra, per una passeggiata lungo la spiaggia o fare snorkeling sul reef.  

 

arc-sottovento-5Piccoli parchi marini

La parte più suggestiva dell’isola è quella rivolta a sud, con le penisole di Raititi, Matira e Paoaoa circondate da acque azzurrissime, popolate da immensi branchi di pesce. Molte specie si possono ammirare ormeggiando davanti al Lagoonarium, un piccolo parco marino: innocui labirinti di reti conducono a grandi bacini i pesci di passo, dopo si possono quasi toccare, prima di essere liberati dopo qualche giorno. Intorno a questa lingua di sabbia bianca di tre chilometri che si infila nella laguna quasi fino al reef, si concentra la maggior parte degli alberghi. Il catamarano fila sull’acqua. A Punta Raititi, la piccola penisola a 6 km dal porto di Vaitape, si può dar fondo davanti alla spiaggia lambita dal rigoglioso giardino tropicale dello storico Bora Bora, oggi della catena alberghiera Aman Resorts, in stile tahitiano, con qualche segno del tempo. Davanti, il monte Otemanu. A pochi minuti, è un’istituzione il Bloody Mary’s, vista fantastica sul monte, tavoli e sgabelli in legno  di cocco, sushimi e spiedini e aragosta in bella mostra su lungo bancone, e a prezzi abbordabili, in controtendenza con l’isola. Più raffinati e cari i menu di Villa Mahana.

L’ormeggio “mondano”

Punta Farepiti è l’ormeggio “mondano” dell’isola. Qui gli skipper arrivati dall’Europa o dall’America, per fermarsi tre mesi, o per la vita si danno appuntamento per scambiarsi racconti di venti, tempeste, ormeggi da favola. Ai tavoli del bar dell’hotel Yacht Club, aperitivi, al ristorante pesce e crostacei, sul Libro d’oro le firme di chi è approdato qui. Ma sono riservati ai clienti dell’hotel gli ormeggi ai corpi morti e il servizio tender al pontile.

 

Bungalow sospesi sulla laguna

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Spettacolare l’ancoraggio anche davanti al motu Tevairoa: qui si è insediato il Bora Bora Pearl Resort & Spa (foto a destra): nei bungalow overwater si fa colazione su un tavolino di cristallo sospeso sulla laguna, popolata come un acquario, ci si tuffa in mare dalla piccola terrazza. Ma il must è il St. Regis, firmato Starwood, circondato da 18 ettari di palmeti e fiori che lambisce spiagge color borotalco. Eccellente il ristorante Lagoon, sospeso sull’acqua, che offre dei piatti tra i migliori della Polinesia francese, protagonista naturalmente il pesce, con vista sul monte Otemanu. Mentre la Miri Miri Spa, ispirato ai sette pilastri del benessere, è un vero tempio per le cure di ringiovanimento praticate in sette spettacolari suite.

 

Maupiti, Bora Bora in miniatura

L’ultima tappa, Maupiti, è un’aggiunta alla tradizionale crociera. Ci vogliono 45 miglia per raggiungere questa Bora Bora in miniatura, ignorata per ora dai turisti, riconoscibile dal monte Teurafaatiu ( 380 metri) ricoperto di verde. L’ingresso nella strettissima e lunga Onoiau passe, l’unica dell’isola, è emozionante. La superficie ribolle, sotto scorre la corrente dalla velocità prodigiosa: è il mascaret, l’onda che si forma all’entrata-uscita tra la laguna e oceano, più forte nei canali angusti. Ma appena si raggiunge la grande ansa di fronte al motu Pitihahei, tutto si calma. Lo scenario è da film, l’acqua azzurra, l’isoletta con le palme, i pescatori che riparano le reti, la solitudine.

 

arc-sottovento-7Insidiose lingue di sabbia bianca

L’altro ormeggio consigliato nella laguna, attraversata da insidiose lingue di sabbia bianca, è davanti al motu Tiapaa, rifugio di tartarughe e uccelli di mare. Si affaccia qui la pensione Kuriri, quattro bungalow spartani. Con il tender, si possono raggiungere i villaggi, Farauru al nord e Vaiea al sud che vivono di pesca e di perle nere, mentre il grande motu Auira si raggiunge anche a piedi quando c’è la bassa marea. Ma tutta l’isola si può scoprire con una passeggiata di due ore e mezza, fermandosi alla pensione Kuriri, quattro bungalow spartani, per giocare a Robinson e fare quattro chiacchiere con il proprietario, grande conoscitore dei segreti dell’isola. Poi si ritorna a bordo. L’unico rumore è quello dell’oceano che si infrange sul reef. Sotto il cielo carico di stelle, si distingue il perfetto disegno a rombo della Croce del Sud. 

 

© Sailing & Travel Magazine 2015 – Riproduzione Riservata

 

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