Il profilo del campanile di San Marco appare all’improvviso al di là dello specchio di mare punteggiato di briccole, i pali che segnano i canali navigabili. L’house boat avanza lentamente, imbocca il canale verde azzurro della Giudecca tra le gondole e le lance in mogano, scivola davanti all’incantevole riva delle Zattere. L’ormeggio è spettacolare, la piccola darsena dell’isola di san Giorgio, dall’altra parte di Riva degli Schiavoni. È l’ultima tappa della navigazione attraverso il mondo liquido, mutevole, della laguna veneta, una settimana al ritmo di lune e maree, nel labirinto di bassifondi e piccole isole di sabbia che appaiono e scompaiono travolte dalla furia del mare o sbriciolate dalla natura. Qui l’uomo ha costruito monasteri, fortezze, orti, depositi militari. Ha scritto Hermann Hesse, dopo aver trascorso otto giorni in laguna con un pescatore di Torcello, “Remavo costeggiando le isole, attraversavo a guado i bruni banchi melmosi trascinando la piccola rete, imparavo a conoscere l’acqua, la flora e la fauna, respiravo e contemplavo quell’inconfondibile aria. Da allora la laguna mi è familiare e amica.” Ed è proprio l’house boat il mezzo ideale per muoversi in queste acque insidiose. Grazie al fondo piatto come le barche tradizionali delle laguna, le cabine confortevoli, il vasto fly bridge, il ponte di coperta con doppi comandi dove rilassarsi e prendere il sole. Ci si insinua nei canali ombreggiati che attraversano le isole, si attracca a pochi metri da ristorantini, senza bisogno del tender. Ma la grossa imbarcazione bianca è anche “ecologica”: la velocità, 5/6 nodi, molto inferiore a quella dei vaporetti e dei motoscafi che sfrecciano a tutto gas, non crea le onde dannose che erodono inesorabilmente le coste delle isolette.

Jesolo, enoteche straordinarie e carpacci di pesce
L’house boat è ancorata all’ormeggio libero a Cavallino, nella laguna nord, a pochi chilometri da Jesolo, davanti alla piazzetta con chiesetta e a un pugno di case color pastello. Prima di imbarcarsi, vale la pena di fare una sosta nella città più movimentata della laguna. Per una passeggiata nella zona pedonale. E per le osterie e i ristoranti che preparano pesce appena pescato. Un nome per tutti, Da Omar, una trattoria famigliare affacciata sul Lido: straordinari antipasti freddi e caldi, spaghettini ai calamaretti e pepe, gnocchi di zucca e ricotta con radicchio, capesante e scampi. Proprio sulla marina del Cavallino, invece, a pochi metri da dove ci si imbarca, un antico edificio seicentesco ospita il Ristorante Da Achille, tre generazioni di cucina di pesce che arriva direttamente dalla valle di proprietà, sull’altra sponda del canale Pordelio. Si affaccia invece sul mare del Lido il più bell’albergo della città, l’affascinante hotel Casa bianca, un fastoso palazzo degli anni Trenta, in un parco in riva al mare: qui si può trascorrere la notte prima di imbarcarsi il mattino successivo. Prima di partire, si può fare cambusa in uno dei tanti negozi di alimentari.

Sulla rotta di Corto Maltese
Davanti al litorale del Cavallino, dove si salpa verso la laguna, una navigazione di circa 25 miglia, si apre una delle zone più selvagge, quella delle valli da pesca, la Lioma, la Paleazza, la Falconara. Un paradiso faunistico, fra ciuffi di santonico, un’erba quasi magica che dicono curi tutti gli acciacchi, casotti di pesca, reti accumulate sulle rive. È l’altra laguna, lontana i circuiti dei vaporetti, dalle frotte di turisti che sbarcano a ritmo incessante. In passato, quando queste acque erano molto pescose, arrivavano qui i delfini. Corto Maltese, durante le rare visite a Venezia, ancorava qui con la sua goletta. Treporti, nove miglia dopo, appena doppiata Punta Sabbioni, formata da tre isole, è annunciato dalla chiesa con i due campanili (un tempo uno serviva da faro). Qui si può integrare la cambusa con una sosta al salumificio Ballarin, in via Pordelio 160, che produce ottime pancette, soppresse e salumi con tecniche tradizionali. In bicicletta, noleggiabile all’imbarcadero prima del ponte, si può imboccare la stradina che da Saccagnana, una delle tre isolette, porta a Lio Piccolo, quattro case, un palazzetto fine Ottocento, una chiesa di fine Settecento e a Mesole, un incanto di colori e di incontri, dagli aironi ai cavalieri d’Italia.

Verso Burano, con il vento che accarezza i canneti
Si naviga nel silenzio. Unici rumori, lo sciabordio dell’acqua contro la barca, l’affondare di un remo, il fischio del beccaccino, il frullo d’ali delle folaghe che si levano in volo in formazione orizzontale: la caccia preferita da Hemingway che si ispirava per i suoi romanzi a questa terra allagata. Seguendo le briccole che indicano la retta via per non andare in secca, si avanza a vista, tra casoni e barchette spinte dal vento che gonfia un’ingenua vela quadrata. Il vento accarezza i canneti, nell’aria si sente il profumo del mare. Il tramonto ha le sfumature oro antico delle pennellate del Guardi, del Longhi o del Tintoretto, mentre ci si avvicina a Burano, a tre miglia di navigazione, annunciata dal campanile settecentesco che si inchina al mare. Si attracca in prossimità del ponte di legno che unisce Mazzorbo (leggi il post nel blog dell’inviata) a Burano: dodici pali in fila lungo la banchina sul lato di un prato verde permettono l’ormeggio di 5 o 6 barche. Burano è a pochi metri, un presepe di laguna, dai colori esagerati, blu indaco, viola, arancione, rosa fucsia, verdi che servivano da faro per i pescatori che rientravano dalle lunghe notti in mare. Una sosta gourmande al ristorante Gatto nero, una passeggiata tra i laboratori delle merlettaie che vendono pochi pizzi autentici realizzati con l’antica tecnica “al soffio” e molti di Taiwan: Burano è tutta qui. Ma lo spettacolo più emozionante è proprio passeggiare per l’isola, ammirando la tavolozza variopinta delle facciate delle case “sfacciate”.

Ormeggio al Canale Torcello
Si attraversa il canale di Burano e si entra sulla destra in quello di sant’Antonio: è la parte più antica della laguna. La torre campanaria di Torcello, a 1 miglio di navigazione, domina il paesaggio come un faro. L’ormeggio migliore è il Canale Torcello a nord est dell’isola. Poi si scende a terra e si raggiunge la piazzetta erbosa, la Cattedrale dell’Assunta che custodisce il grandioso mosaico in stile veneto bizantino del Giudizio Universale. Oggi, solo quaranta persone vivono nell’isola tutto l’anno. Sulla sinistra, affacciata sul canale verdissimo, la Locanda Cipriani, albergo di culto dei viaggiatori incantati della laguna. Proseguendo verso l’interno si incontra uno dei rari ristoranti sparsi nelle isolette che offrono una cucina onesta, naturalmente a base di pesce. È il Trono di Attila che si apre su un giardino fiorito protetto da una fila di tamerici bianche: specialità granchio al forno, branzino marinato, pasticcio di pesce in bianco. È meglio arrivarci al tramonto, per cena, per evitare le folle di turisti che invadono l’isola dalle 10 di mattina alle 5 di pomeriggio.

Via dalla folla
Ci si salva a San Francesco del Deserto a un paio di miglia, monastero del 1200 dei Frati Minori, un’oasi di pace e serenità che ospita una decina di religiosi fra gli alti cipressi e il prezioso chiostro trecentesco. Sant’Erasmo, l’isola più vasta di tutta la laguna, quasi cento ettari coltivati, è a 3 miglia. Ancora oggi ci sono barche che partono ogni mattina per rifornire il mercato di Rialto dove “I pomodori mescolano il rosso acceso alle tinte biondeggianti e il cocomero, squarciando il suo corsetto verde mostra una ferita rosa” scriveva Theophile Gautier. Una strada sterrata raggiunge l’agriturismo Ca’ Vignotto, dove si preparano buoni piatti tradizionali. Protagoniste le verdure, naturalmente.

La laguna è un sentimento
Ancora campagna a Le Vignole, l’isola delle gite fuoriporta dei veneziani, dove si ormeggia in un canale verdissimo. Per raggiungere San Lazzaro degli Armeni, piccola patria levantina, ci vogliono 4 miglia e mezzo: in una natura rigogliosa di piante esotiche, religiosi vestiti di scuro accompagnano gli ospiti per chiostri e sale barocche nella straordinaria biblioteca di 100mila testi e 4500 manoscritti. Era l’isola prediletta di Lord Byron, ospite dei monaci durante il periodo veneziano, che si faceva grandi scorpacciate di composta di petali di rose, dopo la passeggiata nei vialetti ombreggiati pieni di rosai e piante esotiche. O la raggiungeva a nuoto, dal Lido, magari dopo un’infuocata notte d’amore. La laguna, ha scritto Goffredo Parise, è un sentimento.

© Sailing & Travel Magazine 2013 – Riproduzione riservata

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