Bisogna andare per mare se si vuole scoprire l’anima di questo arcipelago. Come i proprietari dei dhoni, le imbarcazioni in legno dei pescatori con la prua allungata, come le navi fenicie e la vela triangolare di canapa, approdando in villaggi governati dal capotribù, enclave chiuse che vivono di pesca e non sanno nulla di Obama  e dell’Iraq. Un mondo a parte, inaccessibile agli ospiti dei resort.

La vita a bordo
A bordo di una delle tante barche, ispirate ai dhoni tradizionali, accompagnati da un dhoni più piccolo in appoggio, attrezzato per il diving e per la pesca, in grado di raggiungere i punti di snorkeling e di diving, bastano maschera e boccaglio per fare incontri entusiasmanti. Qui vivono oltre un migliaio di specie di pesci, 5 mila molluschi e più di 200 varietà di coralli. Lungo il Southern Passage si raggiunge Felidhoo e la remota Suvadiva, attraversando canali di mare aperto e immense lagune protette. La vita a bordo è scandita dai ritmi del sole e del mare. Il servizio è informale o impeccabile a seconda delle barche. Colazione sotto il tendalino, e poi in acqua, per lo snorkelling, le immersioni o a terra, sotto il gazebo montato per l’occasione, novelli Robinson coccolati con ogni attenzione. La sera  aperitivo e cena a bordo a base di pesce e aragosta sapientemente cucinati serviti sotto il cielo carico di stelle. A prua, uomini dell’equipaggio scrutano attentamente il mare per evitare i banchi di corallo.

L’atollo di Thaa è annunciato da innumerevoli isole ricoperte di palme da cocco. Ci si ancora nei pressi dell’isoletta di Guraidhoo e si sbarca al villaggio, affacciato sul piccolo porto di pesca. L’arrivo dei dhoni carichi di prede colorate è una festa: se il bottino è particolarmente abbondante, si issa una bandiera. Con la barca d’appoggio si raggiunge la pass, una delle immersioni top dell’arcipelago: la parete meridionale è la più ricca di coralli, gorgonie, pesci napoleone. Si scende in isolette disabitate, il silenzio è rotto dal verso poderoso del rabondi, un uccello piccolissimo. Nell’atollo di Laamu, si scopre una havitta, un cumulo di terra che forse nasconde i resti di un tempio dei Redin, il favoloso popolo di cui parla l’archeologo Thor Heyerdahl in Il mistero delle Maldive.

Più a sud, c’è l’equatore
Poche miglia a sud si trova l’One and half degree channel (un grado e mezzo di latitudine nord), l’esteso e pericoloso canale che divide l’arcipelago: un centinaio di miglia battute dai venti e dalle correnti. Dieci ore di mare aperto e si approda nell’atollo di Suvadiva, il più esteso delle Maldive, a quasi 300 miglia da Malè. Si ormeggia a Viligili, quasi 2600 abitanti e una vegetazione inaspettata, di manghi, papaye, banani. Nelle capanne costruite con foglie di pandano intrecciato, gli artigiani lavorano le fibre delle palme da cocco e intrecciano cime da pesca per le barche. Più a sud, c’è l’Equatore.

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