los-roques-home

 

Trecentosessanta atolli galleggiano in un’immensa piscina naturale con fondali da 50 centimetri a dieci metri. A prima vista si assomigliano tutti, immobili nell’azzurra geometria delle onde. Millecinquecento anime condividono la solitudine e il silenzio di Los Roques, l’arcipelago corallino più esteso del Caraibi, 2250 chilometri quadrati, parco marino regolato da norme rigidissime, a un centinaio di miglia al largo di Caracas. Gli uragani non si abbattono qui, ma si spengono più in su, sulle Grenadine e sulle Antille. A Gran Roque, l’isola maggiore, le posada appartengono quasi tutte a italiani. In fuga, dalla vita frenetica o da una storia d’amore. L’isola non si scompone di arrivi eccellenti, da Leonardo di Caprio, a Sharon Stone, a Gerard Depardieu, habitué di una posada. Tra le casette colorate dal blu cobalto al giallo carino, con l’immancabile piazza Bolivar dedicata all’eroe nazionale, si consumano i riti di una comunità vacanziera ferma agli anni Sessanta.

Abbandonando l’anima ruspante

Aperitivo e carpacci di pesce al Barcito Escondido, tramonto al Bora la mar, davanti ai caroselli degli alcatraz, i pellicani che si tuffano come meteoriti a pochi metri dalle barche alla fonda. Un incessante lavoro attorno al pesce. Precisi, riemergono con la preda nel grosso becco, insidiati dalle sule dal capo nero e dal corpo bianco. Qua e là pile di botutu, le grandi conchiglie di cui oggi è vietata la pesca. Gli alberi di uva de playa spingono verso il mare i loro rami contorti. I pineros, le barche in legno scolpito hanno nomi ingenui, tutte dedicate a un santo a cui votarsi. Un santo che fornisce cibo, libri a chi è qui da vent’anni che sembrano cento. Ma Los Roques sta abbandonando la sua anima ruspante. A cominciare dall’hotellerie, dove le casette trasformate in accoglienti pensioni dalla Little Italy lasciano il posto a posada come la Malibu Bianca, mediterranea, riaperta pochi mesi fa dopo anni di chiusura, l’indirizzo più trendy.

 

In barca seguendo gli Aliseilos-roques-4

Il miglior modo per esplorare l’arcipelago è salire a bordo di una delle poche barche che hanno il permesso di navigare in queste acque, approfittando della brezza degli alisei. Si sbarca su spiagge che nessuno ha calpestato per giorni, si avanza a vista per vedere i bassifondi corallini annunciati dall’acqua che cambia colore sopra i banchi di madrepore, chilometri di giardini sottomarini durante la bassa marea sfiorano la superficie delle acque. Si ormeggia davanti all’isolotto di Crasquì, abitato da pescatori di aragoste, la ricchezza dell’arcipelago. Nelle crepe del corallo bianco perla crescono colonie di gorgonie. Nel mare davanti alla spiaggia bianca lunga un chilometro, si nuota tra le razze e carite, il pesce più diffuso serviti al ristorantino di Juanita, senza telefono.

 

Il vero spettacolo è Carenero

A 5 miglia, El palafito è un grande capanno di legno su palafitte in mezzo al mare, dove si danno appuntamento per un lunch gli americani impazziti per la pesca al bonefish. Si punta la prua verso l’Ensenada de Los Corrales, avamposto della laguna punteggiata di cayos. Qua e là i monumenti creati dal mare, tronchi scoloriti, piramidi di botuto, le conchiglie: tutti segnali per orientarsi tra le isole. E tavolette di legno dove sono incisi messaggi e parole d’amore, la letteratura dell’arcipelago. “Unserveyed area” è scritto sulle carte nautiche: solo in alcuni punti si può pescare e fare snorkeling. Los Mosquises è annunciata da due palme, le uniche dell’arcipelago. L’isola è una nursery di tartarughe, assistite dai ricercatori, che tornano ogni anno a deporre le uova nella sabbia. Ma il vero spettacolo è Carenero, lingua di sabbia di 5 chilometri che si allunga nella laguna turchese.

 

Gorgonie e aquile di mare

L’altro ormeggio imperdibile è Sarquì. A vista si naviga verso Noronquì, a 5 miglia, racchiusa da tre isolotti: si nuota su ventagli colorati di gorgonia, si avvistano maestose aquile di mare. Nella casa di un vecchio pescatore di aragoste, a Cayo Pirata, la vecchia barca corrosa dal sale è in mezzo al soggiorno, come un totem. La ritira ogni anno a metà maggio, alla fine della stagione. E riceve i velisti che approdano nell’isola dalla sabbia bianchissima, raccontando storie di questo arcipelago dove fino a vent’anni fa non si vedeva un turista. Da una barca alla fonda arrivano le note struggenti della chitarra guajira e parole che parlano d’amore, sangue e disperazione. Perché anche Los Roques sono Sudamerica.

 

© Sailing & Travel 2012 – Riproduzione Riservata

 

Commenti