Mekong1

La “madre di tutte le acque” attraversa foreste birmane dove si nascondono i signori dell’oppio, le fastose città dell’impero khmer, scivola accanto ai templi della Cambogia che ingombrano il cielo con arditi profili. Un cordone ombelicale di 4.500 chilometri di acqua giallastra che scende dai ghiacci del Tibet, a 5000 metri d’altezza, e unisce sei paesi e  due grandi civiltà, la cinese e l’indiana, la leggendaria Indocina: mille anni di storia che sa dell’oro delle pagode, ma anche del sangue dei contadini cambogiani massacrati da Pol Pot, del ferro delle bombe americane sganciate sul Vietnam. Qui, tra i mercati galleggianti e le risaie affacciate sul mar della Cina, sfocia il Mekong, vecchio fiume onorato con feste periodiche come una dea generosa. La penisola indocinese gli deve tutto: civiltà, religioni,  monumenti e il suolo fertile arricchito in secoli dal limo. Senza la madre di tutte le acque, unica via di comunicazione, città straordinarie come Angkor, Luang Prabang, Saigon non avrebbero visto la luce. Quando la penisola ha perso la sua innocenza, travagliata da guerre e genocidi, solo il Mekong è rimasto intatto.

Con Buddha seduto sulla riva del fiume
Il viaggio alla scoperta del fiume mito tocca Chiang Rai nel triangolo d’oro tailandese, terra di contrabbandieri e di coltivatori d’oppio, cuneo incastonato fra i confini, che regala la vista emozionante dei tre paesi affacciati nello stesso punto sulle rive del Mekong. Tocca il Vietnam, il Laos riaperto al turismo nel 1975 dopo vent’anni di guerra, e la Cambogia. Tre paesi dal passato tormentato che occupano parte della penisola indocinese e che stanno riscoprendo il gusto della vita. L’eterno sorriso di Buddha seduto sulla riva del fiume illumina Luang Prabang incastonata tra montagne. Nella più antica città del Laos, capitale del regno di Lan Xang, il passato aristocratico è raccontato dalle ville coloniali franco-cinesi, dalla Via delle Pagode, una sfilata di templi annunciata dalla processione di monaci buddhisti con la ciotola in legno laccato che attendono il cibo dai fedeli. A Vientiane, la capitale, la douce France ricompare nelle insegne, nei quais, nelle baguette. Ma l’Oriente ha il sopravvento nei samlor, i risciò a tre ruote, nel 6.840 Buddha scolpiti o dipinti del Wat Si Saket, il tempio più antico.

In Cambogia, orgogliosi di essere membri della razza umana
Dopo quasi 1800 chilometri attraverso l’ingenuo Laos, il Mekong si risveglia in rapide potenti, si dilata a dismisura tra sponda a sponda fino a 14 chilometri, corre verso il confine con la Cambogia. Nei mesi secchi, quando le acque si abbassano, dall’arcipelago di Si-Phan-Don, le quattromila isole, emergono isolotti verdissimi popolati di bufali, rari delfini d’acqua dolce e pescatrici con il bilanciere. Phnom Penh, la capitale, è annunciata dalle cupole bizzarre e dalla sterminata specchiera delle risaie che al tramonto carica l’orizzonte di pennellate di zolfo. Qui il Mekong regala la più grande emozione del viaggio, Angkor, Il più grande complesso monimentale mai costruito sulla terra, dove ogni pietra di arenaria grigia e rosa parla della grandiosità dell’impero khmer che per 500 anni ha dominato l’indocina. “Uno di quei pochi, straordinari luoghi al mondo dinanzi ai quali ci si sente orgogliosi di essere membri della razza umana” ha scritto il grande inviato Tiziano Terzani.

In Vietnam, un mondo senza tempo
Il Mekong abbandona la Cambogia e si inoltra in Vietnam. Da questo momento prende il nome di Cuu Long. Nove dragoni. E I dragoni con gli occhi perennemente aperti popolano tutto il paese, sul soffitto dei templi, sui tetti, sulle pagode, sulle T shirt. Il paesaggio diventa piatto, liquido. È il delta il cuore della vita sul fiume, “territorio d’acqua che sembra sparire negli abissi dell’oceano“, scrive la Duras, il grande granaio dell’Asia, labirinto di mille canali, 40 mila chilometri quadrati, che ogni anno guadagna 79 metri di terra sul mar della Cina. Un mondo senza tempo, dove non ci sono joomplu:235monumenti, templi o palazzi. Una sorta di Far West dove sono confluiti coloni, rifugiati, contadini affamati, mandarini decaduti. Un arazzo storico. Nelle giunche con la prua decorata da occhi dipinti per spaventare i geni maligni, si nasce, si vive, si muore. Uomini e donne con l’immancabile cai non, il cappello di paglia a cono con le tese larghe, ma anche fanciulle elegantissime nel loro aido, l’abito tradizionale nei colori bianco, azzurro, rosa: chi lava i panni, chi pulisce il pesce, chi scruta l’orizzonte difeso da palizzate di bambù per proteggersi dalle maree. Oggi, fuori dalle città, il Vietnam ha il sapore dei tempi in cui Marguerite Duras viveva nel piccolo villaggio di Sadec, sul delta, con l’amante protagonista del suo libro e del film di Jean Jacques Annaud.

A Ho Chi Mihn Ville
È calata la notte. Sulle sponde si accende la luce fioca delle lanterne, in lontananza risuona il gong di una pagoda. Ho Chi Mihn Ville, che i nostalgici si ostinano a chiamare Saigon, è a pochi chilometri. Sono un ricordo le banane fritte incartate nei moduli dei computer dell’esercito americano, ma lungo il sentiero di Ho Chi Mihn si seguono ancora le tracce dei vietcong bersagliati dai napalm dei B52. Lo slogan del terzo millennio è song voi, vivere in fretta. Le strade sono invase da migliaia di motorini, un infernale concerto di clacson, yuppies armati di cellulari saltano da una parte all’altra della città per cogliere il Miracolo sul Mekong, new deal economico, riscatto da 50 anni di guerre. Ma alle prime luci dell’alba, nelle piazzette ombreggiate, vietnamiti con il volto segnato dalle rughe si muovono adagio negli esercizi del tai chi, la ginnastica tradizionale. A Cholon, il quartiere cinese, città nella città, mercanti d’incenso fanno seccare sui marciapiedi i bastoncini multicolore da bruciare in numero dispari nelle pagode. E un vecchio maestro di calligrafia, curvo sul banchetto, disegna frasi augurali per una coppia di sposi.

© Sailing & Travel Magazine 2013 – Riproduzione rIservata

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