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Il piccolo aereo della Lao Aviation vola su Paksé, la porta del Sud del Laos, non lontano dalla frontiera thailandese. Attraccata al piccolo molo sul fiume, la Vat Phu, antica barca di 34 metri in mogano e teak con dodici cabine, attende gli ospiti per la crociera nella regione di Champasak, quattro giorni in un mondo bucolico, tra isolotti di giacinti selvatici, templi nascosti nella giungla, accompagnati dalle slow boat, gli autobus dei fiumi, le barche lunghe e strette che trasportano passeggeri e dalle ampie chiatte cariche di riso.

 

Una navigazione del secolo scorso

laos-4Un mondo impenetrabile alle seduzioni dell’Occidente. Unico insulto, qualche speed boat che salta sulle onde, con rumore da moto d’acqua. Si naviga come viaggiatori incantati del secolo scorso: c’è chi si adagia sulle chaise longue o sui divani dai cuscini ecru, chi assaggia un aperitivo preparato dall’impeccabile barman. La cena è servita ai tavoli sul ponte apparecchiati con cura: il cuoco di bordo si cimenta nei piatti della cucina locale, con qualche trasgressione nella gastronomia dei paesi di origine degli ospiti. La luce rossastra del tramonto colora le acque dense di sfumature color cuoio. L’aria è spessa, calda. Sugli argini di terra ocra, piccoli orti lavorati come giardini. Le colline chiudono il paesaggio di fitte foreste.

 

laos-6Il silenzio avvolge la città sacra

La barca scivola verso Vat Phu, la città sacra degli khmer di religione indù, dove si approda nel primo pomeriggio. La salita alle rovine è faticosa, si arranca sui cento gradini che portano al santuario appoggiato al Phu Pasak. Ma ne vale la pena. Il silenzio avvolge le pietre antiche, il vento accarezza le pareti istoriate, le statue di Vishnù, i simboli fallici cari a Shiva. Fasciata nel sarong, una ragazzina offre fiori profumati al grande Buddha che troneggia sul podio. Un sentiero tortuoso porta alla pietra del coccodrillo, un masso scolpito con la figura stilizzata del rettile, dove si svolgevano sacrifici umani. Lo sguardo abbraccia la piana fino alla nazionale 13, la spina dorsale del paese, che attraversa il Laos da nord a sud.

Quattromila isole, una Polinesia fluviale

laos-5La sera, i fuochi accesi sulle sponde annunciano i villaggi nascosti nella foresta, poche capanne in legno e paglia, sulle rive una miriade di bambini, qualche bufalo. Il fiume si dilata fino a 14 chilometri da sponda a sponda, corre verso il confine con la Cambogia e prima dell’isola di Khong si divide in mille bracci formando l’arcipelago di Si-Phan-Don, quattromila isolotti, una Polinesia fluviale, abitati dai rari delfini di acqua dolce. I pescatori inseguono il plabeuk, il pesce lungo anche due metri dalle cui uova è prodotto il caviale laotiano.

 

laos-8Qui il fiume è immenso

Si sbarca all’isola di Khong: risaie, colline, orti e un’infinità di templi da scoprire con un risciò o in bicicletta che si può affittare all’Auberge Sala Done Khong. Nella stagione secca, ci arrivano solo le barche piatte: lungo il fiume emergono rocce, banchi di sabbia, insidie impossibili da evitare anche ai navigatori più esperti. Qui il fiume è immenso, la corrente impercettibile. Con l’acqua ai fianchi i pescatori aspettano il pla buk, il pesce siluro, grande come uno squalo, ambitissima preda che tutti giurano di aver assaggiato perché porta fortuna e salute. Solo una cascata rompe l’incantesimo del paesaggio orientale. Dopo il tramonto, luci fioche illuminano le vecchie capanne. La crociera termina a Paksé, paese di partenza.

 

L’antica capitale

laos-7Luang Prabang, l’antica capitale, dal 1995 inserita nella lista Unesco dei patrimoni dell’umanità, sembra rifiutarsi di entrare nel terzo millennio. Cominciava qui la lunga strada dell’oppio, delle grandi zattere di tronchi d’albero con una tonnellata di droga nascosta a pacchetti di dieci chili nei fusti di teak che seguivano il corso del Mekong fino a Paksè e poi, attraverso la giungla tailandese e cambogiana a Bangkok e Cholon, grande porto verso l’Estremo oriente. La sagoma di Phu Si, la collina che sovrasta la città, luogo sacro del buddismo laotiano, si alza cento metri sopra i tetti colorati, 328 gradini fino alla cima. Ai rami dei frangipani immense farfalle notturne sono appese come frutti, immobili. Nelle giornate di festa, al mattino, dal Wat Xieng Thong, il più bello della cinquantina di templi, dove edifici e stupa, cappelle e piccoli santuari sono disposti come una scacchiera arriva il rumore dei tamburi e dei gong. È come se il suono facesse scomparire la nebbia densa del Mekong. Al centro del palmeto appare il palazzo reale, con i tetti a corno e i portici rossi. Dalle montagne le tribù degli hmong scendono al mercato abbigliati con giacche e larghi pantaloni neri con grandi ricami colorati e, in fila indiana, percorrono i marciapiedi come fossero sentieri. Qualcuno paga gli acquisti con vecchie monete d’argento dell’inizio del secolo, piastre dell’antica Indocina.

 

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