Nel 2003 ero in banchina a Fiumicino, in procinto di partire per la Carthago dilecta est, l’attenzione era tutta per Matteo Miceli e per il suo catamaranino con il quale aveva intenzione di andare fino in Tunisia!

 

Rimasi stupito, ma ancora di più dopo aver scoperto che quello era solo l’allenamento per la traversata atlantica!!!! Ce la fece al secondo tentativo e fissò il tempo di riferimento. Nel 2011, nel tentativo di abbassare il record di traversata in doppio scuffia, perde la barca e viene recuperato da una nave di passaggio.   

 

Ora nel tentativo di realizzare un sogno coltivato da anni, il giro del mondo con il Class40, è colpito dalla stessa sorte. Scuffia e viene recuperato da una nave. La perdita della chiglia è un evento che non dovremmo neanche prendere in considerazione salendo a bordo di una barca a vela tuttavia negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi casi, Imoca 60 in primis, ma anche il 100’ Rambler e alcune barche da crociera. La casistica è trasversale dalle barche di produzione fino a quelle high tech. Spingere verso il limite delle performance, o del costo, ha ovviamente i suoi effetti negativi evidenti.

 

Tuttavia per limitare che questi tragici eventi possano proseguire, è necessario studiare i casi nei minimi dettagli per comprendere le dinamiche e le cause delle rotture al fine di ottimizzare i regolamenti e di azzerare i rischi. Per esempio, la classe IMOCA ha varato un nuovo regolamento che standardizza le chiglie vietando carbonio e titanio, definendo le leghe possibili e imponendo  ogni anno test di frequenza vibrazionale.

 

Ecco perché è importante che siano rese pubbliche le caratteristiche della chiglia di Matteo, materiali, metodo di fabbricazione, miglia percorse e che tipi di test sono stati fatti, in modo che questa disavventura possa avere un risvolto positivo per tutti quelli che da domani vorranno costruirsi o comprarsi una barca.

 

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