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Quando arrivo a Las Palmas, mi accoglie una pioggerellina fina che sembra vaporizzata da una doccia da sauna. «Es el jimi-jimi, señor», mi dice il tassista. Così, lo chiamano qui. Una variante del “chipi chipi” sudamericano: il suono onomatopeico dell’acqua che cade, una parola che sembra inventata da un bambino. Mi farà compagnia per tutta la settimana, alternandosi tra soleggiate e scrosci improvvisi che daranno i tempi al mio umore. Nell’isola di Gran Canaria la media delle piogge è di diciassette giorni l’anno, con le temperature che vanno dai ventuno ai ventiquattro gradi. È considerato il clima migliore del mondo, una sorta di eterna primavera.

 

L’orgoglio dei Guanci

Arc-16La Toyota Corolla bianca sbuca da un dedalo di viuzze e raggiungiamo una piccola piazza costeggiando un monumento raffigurante uomini primitivi che impugnano lance e bastoni. Sono i nativi dell’isola, la misteriosa popolazione dei Guanci. Quando gli spagnoli arrivarono a conquistarli, vivevano ancora nelle caverne. Alla fine fu un genocidio, sterminati dalla tecnologia superiore degli avversari e dalle epidemie che ne hanno massacrato il debole sistema immunitario. Poco evoluti ma orgogliosi e combattivi, gli isolani si sottomisero definitivamente solo nel 1496, quando gli ultimi resistenti decisero per un suicidio rituale dai picchi più alti dell’isola. Il nazionalismo canario cerca ora con orgoglio di mantenerne la memoria, anche se per lo studio di mummie e resti archeologici mancano soldi. Un peccato, perché la loro origine è ancora misteriosa. Capelli rossi, pelle bianca, statura imponente per l’epoca. Penso a loro mentre osservo il paesaggio che mi richiama città sudamericane: ne rispecchia i colori nelle piccole case disordinate, nella vegetazione, nelle ville coloniali di stampo spagnolo.

 

Tempo di Arc

Arc-5Il tempo di appoggiare le borse nella sistemazione e mi dirigo verso il grande porto fiancheggiato da alte palme con fusto bianco, tutte uguali da sembrare finte. Sull’altro lato spicca un mostro di cemento, probabilmente un hotel abbandonato, a sovrastare sgargianti casette basse tutte diseguali. Mentre cerco di ambientarmi, trovando punti di riferimento, guardo il lento incedere degli abitanti del posto, tipico del sud del mondo: non c’è fretta qui; il clima mite libera la gente dallo stress, abbassa le tensioni. Osservo le donne sul lungomare che puliscono il marciapiede con le foglie delle palme, ragazzi che portano in spalla un surf. Fisso il mare e ho la sensazione di trovarmi in un punto immobile, mentre nel continente la vita continua a scorrere alla sua normale velocità.

Sailors-musicistaRaggiungo il porto e punto subito il Sailor’s (in foto), il bar preferito dai marinai del posto, ma non si trova un tavolo libero. La fauna è composta di fricchettoni, famigliole, marinai e giornalisti. C’è un visibile fermento in quell’eterogenea clientela internazionale, tra qualche giorno da qui salperà l’ARC, acronimo che sta per Atlantic Rally for Cruisers: la più famosa regata transatlantica in Europa, la cui meta è Santa Lucia, nei Caraibi. Che poi è il motivo per cui sono venuto fin qui.

 

La gente della tribù

Arc-18Non sono un esperto di nautica, ma sono nato al mare e so muovermi in una barca a vela. Conosco il suo linguaggio: so cazzare una randa, fare una gassa d’amante, strozzare una cima. Sono venuto fin qui per documentare un evento che non ha fini agonistici, ma è molto conosciuto dal popolo nautico: è il battesimo per eccellenza di chi vuole tentare la traversata oceanica. Ciò che m’interessa non è però l’aspetto velico, ma la sua gente. L’ARC è infatti per amatori e non è raro qui trovare imbarcazioni sotto i 30 piedi. Ci sono pochi specialisti dietro l’ultimo materiale tecnico per tagliare l’aria. Molti di loro hanno solo la fortuna di possedere una barca o hanno trovato posto a bordo grazie a siti e passaparola. Qui cercano una fuga dal loro quotidiano, un modo per rendere la loro vita più avventurosa, una storia da raccontare quando torneranno a casa. Giunta nel 2013 alla sua 28esima edizione, la regata premia lo spirito di partecipazione e lascia in secondo piano le vittorie individuali. In caso di problemi, si può trovare un aiuto dalle altre barche, quest’anno arrivate a 240. Si naviga in flotta, seguiti arc-annuncicostantemente dall’organizzazione; si resta in contatto radio con tutti gli altri; si ricevono aggiornamenti meteo quotidiani. Un modo per non sentirsi soli in una distesa d’acqua che può spaventare. Un’occasione per attraversare l’oceano anche per chi non ha un mezzo: altra particolarità dell’evento, è che molti lo usano come autostop per arrivare ai Caraibi. Così come il bagno dello stesso Sailor’s, il porto è tappezzato di foglietti con richieste per far parte dell’equipaggio. Trovi personale esperto che si offre come skipper, gente brava ai fornelli come cuochi, ragazzi a digiuno di qualsiasi nozione disposti a fare semplici mozzi, ma anche coppie a corto di soldi che sperano in un viaggio romantico e qualche notte ai Caraibi.

(segue)

Marco Romandini

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