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Arriva la sera prima della partenza, ci sono tutti. Al tavolo c’è ressa e devo sgomitare con un vecchietto per non farmi fregare l’ultimo bicchiere di vino. Riconosco diverse facce: c’è Mr. ARC, Albert, la coppia, gli amici italiani. Si scambiano tutti gli ultimi saluti e i numeri di telefono per ritrovarsi ai Caraibi. L’organizzazione si è data parecchio da fare: fuochi d’artificio e ballerini con costumi del posto, bande con tamburi e cantanti. Lo spettacolo cattura l’attenzione degli spettatori più vicini, mentre altri si defilano approfittando del momento per consumare indisturbati il resto di cibo e bevande, e io mi unisco a loro.

 

festa-arc-1Apriti cielo!

Quella che sembrava quasi una cena di gala, con l’aumentare dei bicchieri si trasforma pian piano in piccolo delirio e gente ubriaca inizia a tuffarsi in piscina vestita. A frenare l’entusiasmo arriva però Giove Pluvio: viene giù il finimondo e tutti scappano cercando riparo sotto qualche tendone. Stavolta non è né jimi-jimi e neanche scroscio estivo, è proprio un temporale del cazzo e l’acqua cade a fiumi. Al riparo sotto l’ombrellone del bar mi viene in mente il marinaio della ballata di Coleridge «acqua, acqua ovunque e neanche una goccia da bere». Tra la gente che scappa cerco di individuare la fata turchina che ho visto alla festa, ma il mio sguardo cade su un tizio solitario in felpa e ciabatte che se ne va a testa basta. È l “ufficiale” tedesco. Gli è andato male anche l’ultimo tentativo, resterà a terra. Saprò più tardi che invece Antoine ha trovato posto.

 

Pronti a muovere

Arc-barcheSotto gli occhi di gabbiani che planano roteando con le ali immobili, assiepata tra scogli dei moli e lungomare, il giorno dopo c’è tutta Las Palmas. È immersa in quella che sembra una festa tipica di paese, con tanto di piccola banda che marcia a suon di tamburi. L’intenso traffico portuale per l’occasione è stato interrotto: è arrivato infatti il giorno della partenza. Le barche cominciano a uscire dai moli e s filano sotto i nostri occhi, oltrepassando i frangi flutti dell’ingresso al porto. Molte suonano il corno da nebbia, mentre a bordo qualcuno agita la bandiera della propria nazione, altri indossano copricapi strani o cantano canzoni del loro folklore nazionale. Dal molo la gente li incita con urla d’incoraggiamento come fossero atleti impegnati in una gara all’ultimo sangue, loro ricambiano sbracciando.

 

padre-e-figlioLa gente di terra

Così come il popolo dell’ARC, anche quello dei suoi spettatori è piuttosto eterogeneo: sportivi, uomini di mezz’età, anziani, ragazze, donne e bambini. I padri portano in spalla i  figli, i ragazzi conducono per mano le compagne e ognuno cerca di ricavarsi il proprio spazio in bilico su uno scoglio per godersi lo spettacolo delle barche che in  fila indiana s filano dal porto.  In cima a una roccia più lontana, penso ai viaggi di Cristoforo Colombo, che qui ha un museo dedicato, alle prime avventure oceaniche dell’uomo. Forse non era poi tanto diverso, con la gente che salutava i prodi avventurieri mentre si allontanavano all’orizzonte verso l’ignoto. Certo, questa è gente di altro tipo. Alla fine sono pensionati che decidono di svernare ai Caraibi, coppie in viaggio romantico o ragazzi in cerca di avventura, e con gli alisei a favore, non è poi una traversata così difficile. Però, per quanto diversi uno dall’altro, ognuno con le proprie motivazioni, è chiaro che quegli uomini fanno tutti parte della stessa tribù: quella del mare. E ne vanno  fieri. Un legame che unisce persone con vite e destini differenti, difficile da spiegare.

 

In finale

marco-romandini-2Là in mezzo, in quello spazio senza confini visivi, sussurrata nell’inconscio da un’atavica lotta, c’è la volontà di dominio su quell’elemento antico che, come diceva Conrad,  «non è mai un amico, ma piuttosto il complice della nostra irrequietezza». Guardo quella striscia più blu, là in fondo, dove il mare si congiunge con il cielo, e pervaso da un senso di pace mi chiedo che senso ha tutto il resto.

Marco Romandini 

Fine

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