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Tra i partecipanti non ci sono solo amatori, ma anche professionisti di regate: l’ARC prevede una gara a parte per le imbarcazioni sportive. Li riconosci dagli yacht più potenti ma anche perché se la tirano di più. Per loro è una manifestazione soprattutto amatoriale e ci tengono a mostrare che sono più fighi degli altri. C’è però a chi non manca certo l’esperienza, ma considera quest’evento sopra ogni altra cosa. È alla sua 19a partecipazione qui ed è una vera leggenda. 

 

Albatros-ManfredMr. Arc

È conosciuto da tutti come Mr. ARC. Il suo nome è Manfred Kerstan, un tedesco di 77 anni vecchio stile che per stazza e fisionomia mi ricorda Priebke, ma ha il sorriso buono e i modi gentili. Mi fa accomodare sul suo Swan 62RS Albatros, erede del mitico Swan 61 con cui ha partecipato alle prime regate, spiegandomi che per lui l’ARC è un appuntamento fisso e l’entusiasmo è sempre quello della prima volta. Forse, ma solo per un motivo simbolico, potrebbe decidere di abbandonare il prossimo anno. Così saranno venti ARC, cifra tonda, dice, mentre una folata di vento muove le file di bandierine della manifestazione che accompagnano la vela: più che trofei, oggetti della passione di un collezionista. Mi racconta gli inizi da bambino: la sua vita è in mare e si sente molto più a disagio sulla terraferma. Sulla sua storia ci hanno anche scritto un libro.

 

La rosa (dei venti) tatuata

Arc-1Il simbolo dell’ARC per me è il polpaccio di una ragazza accovacciata, una croce dei venti tatuata che sbuca sotto un pantaloncino alla moda. È inginocchiata davanti al muretto dell’attracco, insieme con altri coetanei. Si stanno cimentando con la bomboletta spray in un graffito ricordo. L’intera parete è piena di questi disegni e trovo anche quello dell’Albatros di Manfred, lasciato dieci anni prima. Un’altra usanza per legare la propria storia all’evento. Poco distante dagli improvvisati graffitari, c’è una barca blu enorme e piatta che si distingue dalle altre: è la Sterna di Albert Bargués. Unico esemplare di Open 85 piedi al mondo, è un’imbarcazione oceanica veloce, progettata per essere manovrata da un solo uomo. Anche sottocoperta si presenta completamente diversa dalle altre. Ha interni spartani e porte stagne come quelle di un sottomarino per isolare eventuali falle e garantire sicurezza anche in situazioni estreme. 

 

Albert-Bargues-open-85Lo spagnolo schivo

Albert ha girato il mondo in solitaria, poli compresi, e la barca è anche il suo business: ha in programma di utilizzarla per accompagnare gli appassionati velici nelle spedizioni più difficili, dopo averla arredata per un miglior comfort. Lo spagnolo è un tipo schivo e silenzioso, abituato com’è a navigare da solo. Per l’ARC, che rappresenta anche un’occasione per sponsorizzare il suo progetto, ha messo insieme un equipaggio di altre sette persone, tutti skipper. Guardo attraverso il piccolo e appannato oblò sul soffitto e gli chiedo a cosa pensa, quando è chiuso lì dentro da solo con il gelo fuori e il cielo bianco. Mi risponde: «Niente». Ormai è abituato a vivere così, naviga sin da piccolo, da quando cioè lo zio l’ha portato in mare per la prima volta. Mi fa vedere alcune foto che ha scattato in Antartide, scie di ghiaccio sopra la superficie dell’acqua in cui si riflettono i raggi di un pallido sole. L’unica paura, mi spiega, può derivare da un pezzo che si rompe, ma è già successo ed è riuscito a ripararlo da solo: «Bisogna saper fare un po’ tutto quando si viaggia così, non si può essere solo skipper, ma anche idraulici, meccanici, motoristi». E lui è tutto questo, come mi fa capire con un sorrisetto orgoglioso.

 Marco Romandini

(continua)

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