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Mentre aspetto il caffè al bancone, conosco un ragazzo francese: Antoine. Ha 26 anni, piccolo di statura, occhi sognanti color del cielo, capelli corti con una treccina sbarazzina lasciata in parte. Si definisce un paesano vagabondo. Conquistato dagli ideali libertari di Rousseau e dall’amore per i popoli primitivi, a un futuro da insegnante di matematica ha preferito l’avventura.

 

Il giovane Antoine

AntoineÈ attratto dalla vita rurale, in cui dice di ritrovare i valori più importanti: la semplicità, l’umiltà, la condivisione, il rispetto per la natura.Ha viaggiato il mondo in autostop: Africa, Asia, Medioriente. Ora è pronto per sbarcare ai Caraibi e da lì in Sudamerica. Non ha esperienze di navigazione e si offre come cuoco e tuttofare. Lui ha scelto il cammino, altri credono nel posto. C’è tanta gente qui nel bar, anche italiana, che cerca un passaggio per svernare al sole. Altri invece vorrebbero trovare dall’altra parte dell’oceano la loro nuova occasione. Sono lì per evadere da una realtà che parla di crisi e spinge a guardare fuori nella speranza di intravedere orizzonti più blu, immaginarsi sotto un altro cielo. Qui cercano un passaggio per un altro futuro, ma forse è solo il viaggio per arrivarci, l’animo con cui s’intraprende, che regala nuove prospettive mentali. Antoine questo l’ha capito.

 

Occhi da Funny Games

arc-alberi-homeDopo la chiacchierata con Antoine e le labbra su due boccali di birra, passo all’ufficio stampa per gli accrediti e mi dirigo verso i moli. Su uno di questi, grazie al materiale informativo del press office, individuo una delle quattro barche italiane presenti alla traversata. È “Nonno Nando III”, imbarcazione di Dino. Inizio a scambiare due chiacchiere con l’equipaggio, ma vengo bruscamente interrotto da un tedesco sulla quarantina che si presenta in inglese con accento prussiano come “ufficiale”. Ha un qualcosa che mi fa ricordare i bravi ragazzi di Funny Games, quella luce di follia controllata negli occhi. Sulle prime penso a qualche nostra infrazione, ma qualche frase dopo capisco che “l’ufficiale” non è altro che un marinaio che sta cercando un passaggio ai Caraibi, offrendo in cambio la propria esperienza. Dino, che è proprietario e skipper della barca, non sembra interessato e lo allontana con un «no, grazie» come fosse un venditore di rose. Il tizio lascia il posto a testa bassa, frustrato e parecchio incazzato. Lo osservo curioso, poi torno a parlare con l’equipaggio. 

 

L’uomo dell’erba

napoletano-erbeDino mi spiega che Nando non è suo nonno, ma quello di una parente, un giro vorticoso intorno all’albero genealogico di cui capisco poco. Dino è romano, aperto, e ha una gran voglia di chiacchierare. Dice che questa è la terza imbarcazione dedicata al vecchio e hanno deciso di prendere parte all’ARC in sua memoria: il suo sogno era attraversare l’oceano, e loro porteranno la barca con il suo nome là, oltre quelle immaginarie Colonne d’Ercole personali. L’unico che non c’entra niente con la famiglia è un amico di vecchia data che non ha mai messo piede su una barca: Gaetano, napoletano dal fare burbero e parecchio scazzato (nella foto) che si è imbarcato come cuoco. Mi espone la sua filosofia di vita mentre fuma un sigaro che accentua il suo distacco quasi atarassico dalla manifestazione. Ha deciso di partecipare perché secondo lui bisogna provare tutte le esperienze e questa gli mancava. Sa cucinare e darà una mano così. Non segue gli eventi e non ama pranzare fuori, preferisce starsene lì in barca, fare spesa e mangiare da solo. Qualche giorno fa ha affittato una macchina e si è fatto il giro dell’isola addentrandosi al centro, lassù fino ai picchi più alti. «Ci sono piante particolari sulle montagne», mi spiega, mostrandomi qualche campione in bella mostra sul tavolo, e che in un primo tempo avevo erroneamente collegato a “provare tutte le esperienze”, «un clima così mite a certe altezze favorisce una vegetazione unica. Guarda questa, è ottima da usare come erba per un sughetto. Se passate domani a pranzo, vi faccio una bella pasta». Non passeremo, ma lo ringrazio lo stesso.

 

Gatti per i topi e stagnola per gli scarafaggi

viveriMentre sfilo lungo il molo, guardando marinai che lavorano cime o caricano viveri, mi accorgo che nelle barche non ci sono solo persone, ma anche diversi animali. Compagni di vita quotidiana che i padroni hanno deciso di portare in viaggio, loro malgrado. Su una vedo due gatti, su un’altra una gabbia arrugginita con un canarino. I gatti comunque possono essere utili anche per i topi. Un pericolo da non sottovalutare perché se entrano creano grossi problemi: mangiano di tutto, dai fili elettrici ai tubi e alle guarnizioni, per non parlare del cibo. Per impedire questo e in assenza di gatti, si fa un taglio longitudinale su un piatto di plastica e s’infila nella cima d’ormeggio a formare una barriera. Per fortuna qui a Las Palmas sembrano non esserci. Noto invece su alcune cime della carta stagnola arrotolata. «Serve per tenere lontano gli scarafaggi», mi spiega un ragazzo scalzo che sta lavando frutta sulla banchina, «la stagnola rifrange la luce e li tiene lontani». 

 

La scuola di bordo

Stuart-e-teriPasso di fronte a una barca con dei bambini a bordo. Indossano una mascherina e giocano con i genitori. Sono l’equipaggio di Edelweiss. Stuart e Teri, i genitori, spiegano che i figli Mason e Lyell si stanno preparando per una festa in maschera. Gli chiedo della convivenza a bordo, di possibili capricci per bambini costretti a vivere due settimane in pochi metri quadrati. «Non è la loro prima volta in barca», dice Teri, «a bordo sanno come comportarsi, non fanno mai storie». Spiega che durante il viaggio la scuola sarà sostituita dall’home-school, che in questo caso diventa boat-school. Mason intercetta la parola “scuola” e mi guarda brutto dietro la sua mascherina, poi torna ai suoi giochi.

 

Estote parati

workshop-1-salvataggioLa maggior parte della gente che trovo qui è rilassata. Vive l’evento come una gita organizzata, un modo sicuro per viaggiare e stare in compagnia di altri turisti. Nella barca di fronte c’è invece un tizio che sembra più indaffarato. Si è tuffato in acqua con la muta e sta controllando la chiglia della barca. «La stiamo ripulendo dalle alghe, quelle maledette si addensano e rallentano la velocità», mi spiega il compagno. Sono quei microrganismi che poi, se non opportunamente eliminati, col tempo formano i cosiddetti “denti di cane”, piccole cozze che potete vedere anche sugli scogli. Il personale dell’ARC è molto attento ai controlli e tra gli eventi sono presenti diversi workshop per insegnare come comportarsi in caso di pericolo. Non mancano, però, neanche le feste. Quella in maschera per cui si stavano preparando i due bambini ci sarà stasera, e qui sembra molto attesa. 

Marco Romandini

(fine seconda parte)

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