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Stefano, partiamo dal tuo lavoro: cosa fa esattamente un NDT Manager?
«NDT sta per Non-Destructive Testing, analisi non distruttive. In pratica quando si costruisce uno scafo, grazie a un’esperienza di 6.000 barche controllate in questi ultimi 14 anni, sappiamo dove si andranno a creare i difetti e i punti di rottura, e integrando il nostro lavoro con il progettista andiamo a controllare le zone potenzialmente più pericolose. Per quanto riguarda l’America’s Cup, nel 2013 abbiamo lavorato in esclusiva con Artemis, nel 2010 con Alinghi e nel 2007 con otto team. Poi Volvo Ocean Race, Perini, Swan e tanti altri. Non solo vela però: abbiamo collaborazioni anche in Formula 1 con Ferrari, ci occupiamo dei controlli post gara e della produzione auto da strada.»

Cosa sta succendendo all’America’s Cup?
«Quello che sta succedendo nelle regate ad alti livelli (Coppa, Volvo Ocean Race, etc.) è che il numero di tecnici necessari per far girare una barca è ormai di gran lunga superiore al numero di velisti che servono per navigare su quella barca, e a volte anche del pubblico che segue la regata. Poi magari vai ai Formula 18 o agli RS Feva e vedi un allenatore che con una borsa degli attrezzi, due vele di ricambio e un gommone con un motore da 15 cavalli riesce a gestire 20 barche e tutti i suoi ragazzi, ed è tutta un’altra cosa. È questa qui la vela. Barche di plastica con un design più o meno moderno, senza ricerca di performance estreme, ma solo di un mezzo per far regatare ad armi pari bambini e ragazzi delle età più disparate. Nessuno può ricercare scuse nelle velocità della barca, perché sono assolutamente tutte uguali, riescono a fare 3 prove al giorno indipendentemente dalle condizioni meteo. Ribadisco, questa qui è la vela.»

E quella di San Francisco cos’è?
«È tecnologia, ricerca, industria, perché non dimentichiamoci che mettere in piedi una barca di Coppa America significa dar da lavorare a 2-3 cantieri per un paio d’anni. È una sfida tra persone con grandi capacità finanziarie e team altamente specializzati nello sviluppo delle barche, con impegnate le persone migliori dei propri settori. Purtroppo le ore di navigazione sono assolutamente insignificanti rispetto alle ore di costruzione e progettazione.»

L’America’s Cup è ancora vela?
«Son due sport diversi, c’è ormai uno scollamento tra la Coppa America e la vela più popolare. E sembra persino banale dirlo, visto che per definizione la coppa dovrebbe essere diversa dalla vela popolare. A San Francisco l’equipaggio è passato in secondo piano, e vediamo scafi che non toccano nemmeno più l’acqua, con delle ali rigide in carbonio alte 40 metri. Non può essere questa la definizione di vela. Ma questo scollamento non è stato determinato dall’ammontare dei soldi in ballo, tutto sta nel diverso approccio alla regata. Troppo spesso si fa l’errore di semplificare e di associare l’America’s Cup alla vela. Ma la coppa è un’altra cosa: un grandissimo evento, con una ricaduta occupazionale notevole, che permette un enorme sviluppo tecnologico e che sicuramente influenza la nautica sul lungo termine: sono certo che entro un paio d’anni i Classe A avranno le ali e i foil, mentre quella dei Moth sarà una classe che si espanderà notevolmente.»

Quindi la coppa è solo la scusa per “dare la botta”?
«Assolutamente sì: abbiamo un nucleo di persone finanziate per fare in un tempo brevissimo ciò che altrimenti richiederebbe 10 anni di lavoro. Il motivo è chiaro: i fondi che servono per sviluppare questi oggetti non sarebbero reperibili fuori dalla Coppa, come dimostra anche lo sviluppo della classe C, la “Piccola Coppa America”, che ha richiesto 30 anni per far cose che adesso si son fatte in 6 mesi. Insomma, è giusto che ci sia lo sviluppo tecnologico, è giusto che ci sia la coppa. Quello che è sbagliato è continuare ad associare la vela alla Coppa America. È importante, essenziale, ma non va identificata come l’unica espressione di questo sport. Perché per numeri e per spirito, la vela è un’altra cosa.»

Insomma, oggi sembra di essere tornati ai tempi di Sir Lipton…

«Già, sembra di essere tornati ai J Class. E purtroppo l’iniziativa di Russel Coutts di adescare la “Facebook Generation” è fallita miseramente, non hanno mantenuto le promesse per quanto riguarda la spettacolarizzazione della regata. Anzi, di fatto non ci sono regate, perché fino ad oggi abbiamo visto prove in solitario o barche che non si sono mai incrociate. Sono passati 50 anni dai J Class ma ancora oggi vediamo grandi restauri e nuove repliche, che vanno a regatare in campi di regata dedicati ai Caraibi o nel sud della Francia. Probabilmente tra 50 anni vedremo gli AC72 regatare a Les Voiles de St. Tropez.»

Però la Coppa, soprattutto in Italia, è stato anche l’evento che ha fatto avvicinare tantissime persone a questo sport, con Azzurra, il Moro e la stessa Luna Rossa.

«È vero, perché la Coppa può anche avere questa forza. E se ripensiamo all’edizione del 2007 di Valencia ci rendiamo conto di quanto quello sia stato un evento unico nella storia, in grado di rendere la vela davvero popolare con tantissime persone coinvolte sotto molti aspetti.»

Allora qual è la vera America’s Cup?

«Sono tutte e due. È lo stesso evento che a fasi alterne ha toccato le due vette: massima popolarità prima, massima tecnologia poi. Sono due facce dello stesso spirito di vincere a tutti i costi. È giusto che ci sia, come è giusto che adesso Ellison la perda, visto che nelle sue mani andrebbe forse ad arenarsi per mancanza di sfidanti. La coppa deve continuare a essere una vetta sportiva difficile da conquistare per una nicchia di persone.»

Come sarà la 35esima edizione?
«I neozelandesi parlano di renderla più economica e semplice, ma qualora la vincessero credo che avrebbero tutto l’interesse a tenersela, e dunque molte di queste promesse verrebbero disattese. Con il vantaggio che hanno acquisito sui multiscafi, mi farebbe strano se tornassero ai monoscafi. Così come ha fatto Ellison in questa coppa per mantenere il vantaggio che aveva con l’ala, sono quasi certo che i neozelandesi non la porteranno sul monoscafo.»

Sui multiscafi sono così superiori come hanno dimostrato contro Luna Rossa?

«In molti dettagli Team New Zealand continua a essere copiato dagli altri, e questo secondo me la dice lunga. Sono stati i prima a voler volare, sono stati gli apripista, e quindi hanno avuto molte più ore di navigazione. E da che mondo è mondo, in Coppa chi ha più ore di navigazione vince

Quali sono state le “colpe” di Luna Rossa?

«In quello che si può vedere nei filmati il loro problema è stata l’incapacità di gestire la velocità della barca con la stessa continuità di Emirates, che ha dimostrato anche una stabilità di beccheggio e di rotta superiore. Le velocità di punta erano anche simili, ma la velocità media è sempre stata inferiore.»

© Sailing & Travel Magazine 2013 – Riproduzione Riservata

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