Andrea, che sorpresa scoprirti appassionato di vela…
“Devo dire che forse sono uno dei pochi italiani che ami seguire tutti gli sport, non solo il calcio come gran parte dei nostri connazionali. Credo poi che la vela e il rugby, nonostante le apparenze, siano due discipline molto vicine, in cui si possono riscontrare davvero tante similitudini.”

Per esempio?
“Beh, su tutto il fatto che entrambi rappresentino meglio di qualunque altro sport quello che è lo spirito di gruppo, a bordo di una barca nel caso della vela, in un rettangolo verde per il rugby. In questi due sport, ciascun membro del team ha enormi responsabilità, e diventa fondamentale essere sempre tutti disponibili l’uno con l’altro. Anche perché se non c’è una grande complicità e la voglia di aprire la porta personale ai tuoi compagni, allora diventa tutto molto più arduo.”

Hai raccontato che giocando ti sei rotto davvero di tutto, ma di non essere mai uscito dal campo per infortunio. È vero?
“Vero! Credo però che la vela sia uno sport altrettanto duro, ho visto tanti ragazzi volare fuori dalle barche durante le regate. Ho fatto anche una terapia con un velista che si era infortunato con una scotta arrotolata intorno alla caviglia, e mi sono potuto rendere conto di come, pur non essendoci contatto fisico, anche questa sia una disciplina decisamente dura. In fondo, così come noi siamo alle prese con uno sport molto difficile, di contatto, allo stesso modo questi ragazzi stanno in barca con condizioni meteo altrettanto complicate.”

Il rugby in Italia sta prendendo sempre più piede, mentre la vela, al di fuori delle grandi manifestazioni, ancora stenta ad essere considerata dal grande pubblico e dai media. Cosa suggeriresti per modificare questa situazione?
“Gli italiani hanno iniziato a seguire il rugby quando si sono resi conto che era uno sport con un appuntamento annuale, e ci si sono potuti pian piano affezionare. Il fatto che le televisioni abbiano iniziato a trasmettere il 6 Nazioni, ha poi fatto il resto. Nella vela, queste componenti ancora mancano, ma sono convinto che un programma annuale più definito e l’aiuto dei media possano essere più che utili per comprendere quanto sia bello e importante questo sport.”

E forse, per un popolo così legato ai colori azzurri, avere un team da tifare che porti avanti i colori della bandiera italiana, può essere certamente d’aiuto…”
“Sicuramente! Noi abbiamo un patriottismo diverso da quello degli altri paesi, ma quando c’è da scegliere l’Italia in una competizione, non ci pensiamo due volte, facendolo con molta più intensità di tanti altri popoli ‘patriottici’. Il fatto poi che Azzurra sia rinata dopo tanti anni di assenza dai campi di regata, è una cosa molto importante, anche se è chiaro che serve tempo per mettere a punto una barca e un equipaggio. È normale, è lo sport che lo richiede, ma se alla base hai già una squadra affiatata come quella di Azzurra, in cui ho potuto riscontare uno splendido spirito di gruppo, allora tutto diventa più semplice.”

Terminata la carriera rugbistica, ci pensi mai a una “nuova vita” nella vela?
“Mi piacerebbe tantissimo! Io so fare sport, è la mia vita, e la vela è una disciplina che mi ha sempre appassionato. Ecco perché appena posso navigo a bordo del mio Finn. In passato ho avuto anche l’opportunità di essere ospite a bordo di Luna Rossa, mentre adesso posso farlo con Azzurra. Diciamo che, nel limite del possibile, sono sempre disponibile, mettendoci tutta la mia buona volontà e la mia voglia. Poi, quando smetterò di giocare, avrò decisamente molto più tempo per andare in barca.”

Vuol dire che fra qualche anno ti vedremo come grinder su qualche barca?
“Beh, perché no!”

C’è un problema, però: il tuo soprannome, “il barone”, nella vela è già occupato da un certo Francesco De Angelis…
“No, non è assolutamente un problema! Francesco è un amico, sono sicuro che non avrà problemi a cedermelo!”

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