cape town
Hugo Love Boss Anderson (© Fiona Claire)

È da quasi un anno che non scrivo un post. Sì, qui a Cape Town sono stata parecchio impegnata: io e Jon ci siamo sposati, abbiamo vissuto il lutto della perdita Hugo, il Bulldog milanese più bello del mondo, che solo gli amanti di animali possono comprendere, abbiamo comprato una casa nuova, ho lasciato un lavoro sicuro e mi sono lanciata in svariati business: Airbnb, bancarella di cucina crudista fino all’organizzazione di yoga tour. Tra cose belle e brutte ne avrei avuto di materiale per scrivere. Invece nulla. La calma piatta. Il deserto dei tartari nella cartella “Linda, trova un argomento per il blog”. Nada. Nulla. Zero stimoli.

Mi sono ostinata a cercare cose che mi emozionassero di questa città meravigliosa. Ho provato a capire quale magnetismo travolgesse tutti gli stranieri pazzi di amore per Cape Town. Espatriati europei e americani, si fanno in mille per ottenere un permesso di soggiorno per rimanere qui. Mentre io, stronza ingrata che vivo una tranquilla e agiata vita da Sciura dell’alta borghesia Anglo-Sudafrica, farei valige in quattro e quattr’otto per un’opportunità di lavoro in Alaska.

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L’arrivo della sposa (© Fiona Claire)

La pura e nuda realtà è che nonostante continui ad autoconvincermi che è il posto più bello del mondo che ci sono il mare, le montagne, i vigneti, le balene, eventi in ogni angolo, arte, cultura e vino eccezionale…(pausa vergogna), mi manca la mia terra natia, aka la Brianza. Lo so, è ridicolo! Ho passato la mia adolescenza e gioventù a sognare terre d’oltremare più stimolanti della monotonia erbese e comasca. Sia chiaro, non tornerei a viverci. Ma se ora non riesco a scriver nulla che mi tocchi l’anima su questa città che incanta, è perché il mio cuore è preso dalla nostalgia di casa.

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Un tramonto su Cape Town

E non aiuta la mia mente bacata che invece di farmi notare le meraviglie che ho di fronte, mi manda in onda “the best of Italy” (magari ne approfitto e mando un filmato all’ENIT per la promozione del turismo in Italia). Comunque, provateci voi a vivere senza l’Esselunga, la brioche e il cappuccino al Sartori con la nuova copia di Vanity Fair, i Pan Di Stelle, il traffico sulla Tangenziale Est di Milano #MaTantoSuRadioDeeJayCiSonoDiegoeLaPina, le campane di mezzo giorno, le vetrine del centro (di qualsiasi centro), i filmissimi di Rete Quattro, la focaccia di Genova e il Festivalbar…

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Uno scorcio di Cape Town

Ne approfitterei, a questo punto, per lanciare un appello: se ci fosse qualche lettore in viaggio verso Cape Town, non è che mi porterebbe una copia di Vanity Fair (sto rileggendo la n. 26 datata 8 luglio 2015) o un pacchetto di qualsiasi biscotto della Mulino Bianco (anche Nastrine o Camille)? In cambio mando itinerario tailor made su Città del Capo e Dintorni. O lista, con critica vegan, dei migliori ristoranti in città. O ancora tour accompagnato del centro! Nel frattempo mi impegno a riconoscere quello che ho. E a innamorarmi perdutamente di Cape Town.

Tra l’altro. Ma c’è ancora il Festivalbar, vero?!

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