Salire a bordo di Vestas è stato elettrizzante. Non solo per il tipo di barca – i VO 65 sono navi spaziali – ma anche perché era proprio “quella” barca. Quella della Volvo Ocean Race, quella dell’incredibile naufragio, quella del miracoloso recupero.

 

Pioveva forte dalla sera prima e tirava vento. Alle 12 sarebbe cominciata l’allerta meteo, così quando siamo arrivati a Genova eravamo convinti che non se ne sarebbe fatto niente, della nostra uscita in barca.

 

Invece, Knut Frostad tiene un breve briefing e dice: «è una buona giornata per uscire in barca, c’è un bel vento e non c’è onda». Su la cerata, su la vela e si va.
Due bordi di prova, ospiti posizionati ai coffee grinder e poi si parte per la regatina demo: Team Vestas Wind contro Team Sca.

 

b2ap3_thumbnail_Vestas_infante_0050.jpgAl minuto, Sca è sottovento ma non riesce a orzare abbastanza per impedire a Vestas di partire avanti. E già solo vedere una barca come quella orzarti addosso, beh. Alberto Bolzan, imprestato a Vestas, alla randa chiama il trim. Raffica a 27 nodi giusto al momento dello start, e la barca decolla.

 

Tutto è velocissimo, sbandatissimo, blu. Tranne la canting keel, un fulmine arancione semisommerso là sotto, che non ci si stancherebbe di inseguire una volta inerpicati (faticosamente) fino in falchetta.

 

b2ap3_thumbnail_Vestas_151002_vignale_8690.jpgAlla tattica Chris Nicholson, lo skipper titolare: alle spalle cinque Volvo Ocean Race, sei titoli mondiali e due olimpiadi. Quest’oggi, più che altro dà assistenza agli ospiti al timone.
In pozzetto il navigatore con il tablet chiama lunghezze e raffiche. Il boat captain impartisce le manovre: è Nicolai Sehested, ventiquattrenne danese biondissimo, atletico e premuroso, ottimo phisique per una riedizione di Guerra e pace.
L’onboard reporter, fotocamera in mano, come in zona di guerra si scansa a ogni passaggio di equipaggio, senza mai metter mano a scotte e maniglie: che vita avrà fatto per tutta la Volvo Ocean Race senza poter manovrare?

 

b2ap3_thumbnail_Vestas-interno.jpgA proposito di vita a bordo, vale la pena dare una sbirciatina sottocoperta con la scusa inutile di ripararsi dalla pioggia: anche qui regna l’efficienza perfetta. Tutto vuoto e ripulito per l’occasione mondana, ma non meno essenziale doveva essere l’organizzazione di cose e spazi per la navigazione vera, nove mesi in quel ventre nero come il carbonio. L’unica traccia vissuta che rimane: cinque ganci numerati e nastrati al tientibene, per appendere in ordine le cerate. Un guardaroba minimalista.

 

Quanto alla regata non c’è storia: Sca corre con una mano di terzaroli e un problema all’albero, Vestas vince facilissimo. Io nel mio piccolo ho trimmato a salve quasi tutto il tempo, guadagnandomi da subito il ruolo di mascotte. E sono stata premiata perché dopo la regata “Nico” Nicholson mi ha concesso di tentare il record di velocità in bolina larga.

 

b2ap3_thumbnail_Vestas_infante_0114.jpgConfesso che ho cercato di rimanere impassibile quando ho visto il log segnare 16,7, mentre tentavo di lavorare le disturbatissime raffiche come su un laser. E sembrava proprio di portare una deriva, leggera e nervosa. Però, ammetto, ero molto più comoda sul predellino del timoniere: finalmente una barca su cui possiamo vedere perfettamente la prua anche noi piccolette.

 

Certo, tutto è più facile quando invece che navigare per mesi in mezzo al nulla si esce a provare un paio d’ore davanti al porto di Genova. Almeno lì non c’è il reef.

 

 

Foto: Francisco Vignale/Volvo Ocean Race e Amalia Infante/Volvo Ocean Race

 

 

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