Nebbia fitta all’ingresso del Golden Gate (lo stretto, non il ponte). Nel passaggio vicino alla costa nord, tra la barra che c’è lì e le rocce, il mare è furioso per il riflesso della costa, la corrente e le onde lunghe dell’oceano che si alzano a quattro metri dal metro e mezzo che avevamo al largo.

 

Suoni lugubri di campane e sirene da nebbia delle boe e delle navi che transitano nello stretto canale di accesso che, in queste condizioni, abbiamo accuratamente evitato. Il nostro canale è stretto; passiamo a meno di trecento metri dalle rocce: un percorso breve, ma intenso. Davanti a noi solo grigio. Ancora un poco e dietro la sagoma di una grande chiatta trainata da due rimorchiatori si comincia a notare la base della fondazione del pilastro sud. Il ponte lo vediamo parzialmente mentre gli passiamo sotto.

 

b2ap3_thumbnail_best-san-francisco-2.jpgL’aria e fredda. La sagoma della città si rivela gradualmente nella nebbia che diventa pian piano foschia. Il Pier 39 dove ci siamo assicurati un ormeggio ha un ingresso stretto e una corrente laterale di due-tre nodi, ma davanti a noi i leoni di mare si cullano sui pontili. Aspettiamo che i battelli turistici escano e con una manovra da granchio entriamo scivolando accanto ai pontili su cui sono sdraiati centinaia di leoni marini chiassosi e poco profumati. Al pontile si balla come in oceano, ma fa lo stesso: siamo a S. Francisco.

 

Alziamo la randa davanti ad Alcatraz e usciamo di nuovo nell’onda del pacifico per mettere prua verso Ensenada, in Messico, dove la nostra esplorazione entrerà davvero nel vivo. Ci attendono i feeding grounds più spettacolari del Pacifico e la nursery più famosa del mondo.

 

Arrivederci in Messico dunque. Il Best.

 

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