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libro_david_foster_wallace_una_cosa_divertente_che_non_faro_mai_piuMi è capitato tra le mani un volumetto “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace (editore Minimum Fax). Centocinquanta pagine esilaranti, frutto di un reportage su una crociera extra-lusso a bordo di una nave per soli ricchi commissionato a metà degli anni Novanta dalla patinata rivista americana Harper’s Magazine a David Foster Wallace.

L“Émile Zola post-millennio”, come lo ha definito il New York Times, è morto impiccato nel 2008 a soli 46 anni nella sua casa a Claremont, il “quinto miglior posto dove vivere negli Stati Uniti”, secondo una ricerca della CNN. Il libro è una satira spietata sull’opulenza e il divertimento di massa della società americana contemporanea in cui l’autore attento a ogni dettaglio al limite del maniacale mette alla berlina i passeggeri viziati dai comfort, le animazioni talmente eccessive da sembrar surreali e se stesso dentro l’assurda bolla di un’allucinata vacanza per mare che ha ispirato anche una puntata dei Simpson intitolata “A totally fun thing that Bart will never do again“.

Racconta Wallace “Il modo migliore per descrivere il contegno del direttore di crociera Scott Peterson è questo: perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando. Ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato “Mister” in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide. Ho osservato e catalogato, con ribrezzo, ogni tipo di eritema, cheratinosi, eczemi, verruche, cisti papillari, pancioni, vene varicose, trattamenti al collagene e al silicone, tinture orribili, trapianti di capelli mal riusciti – insomma, ho visto un sacco di gente seminuda che avrei preferito non vedere seminuda”.

David Foster Wallace, non si sentiva a suo agio mai,  in nessun luogo, in nessun momento, in nessun tempo. Ovunque si trovasse sognava di tornare altrove, ma un posto in cui stesse veramente bene non c’era. La sua casa, che come il guscio di una lumaca lenta e vischiosa non lo abbandonava mai, si chiamava angoscia, depressione, ansia, panico, estraniazione. La sua genialità consisteva nel trasformare tutto questo terribile mondo in una scrittura e in storie sorprendentemente spiazzanti, ricche, complicate, prolisse, piene di dettagli anche inutili, di note, di parentesi, di aggiunte, un magma di immaginazione e di realtà rielaborata.

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