Sbattono le finestre del grande palazzo della Specola, gli intonaci del vecchio albergo sono scrostati, la sagoma di Forte Teglia si sgretola, nelle strade i pali della luce stanno in piedi per puro miracolo, nel villaggio abbandonato le porte cigolano, gli infissi si staccano, l’erba è alta, le canale penzolano, le strade sono sconnesse, il cemento si alza da solo. 

Benvenuti nell’isola di Pianosa, provincia di Livorno, un pezzo pregiato del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano completamente abbandonato su cui spesso si posano occhi interessati. C’è da individuare un sito per una nuova centrale? C’è da allestire un luogo di custodia dei detenuti al 41bis? C’è da avviare un punto di accoglienza di profughi? Ecco spuntare l’isola di Pianosa. L’ultima dichiarazione del Ministro Andrea Orlando rassicura gli ambientalisti: «Non riapriremo carceri dismesse come Pianosa e Asinara». D’accordo, ma allora cosa farne di questo pezzo pregiato di territorio insulare nel mezzo della bella Toscana?

 

b2ap3_thumbnail_pianosa-2.jpgMentre tutto cade a pezzi, nessuno ha i soldi per fornire all’isola una vita nuova e diversa. Insomma, molti appetiti e pochi impegni. Da anni, ad esempio, il Comune di Campo nell’Elba sogna di trasformare appezzamenti di terreni di Pianosa un sistema di agricoltura biologica strappandoli alle sterpaglie. Da quando l’ultima Alcatraz italiana è stata evacuata, al suo posto non c’è nulla. Come una moderna Pompei carceraria, Pianosa dorme il suo sonno di dolori da quando nel 1997 fu chiuso il penitenziario e l’anno successivo venne abbandonata. Qui vivevano 2.500 persone tra carcerati, secondini, personale medico e amministrativo, famiglie, insegnanti e persino una dinastia di albergatori.  I loro sospiri si perdono nel vento come quelli di Napoleone che la visitò due volte durate l’esilio elbano del 1814-15.

 

Nei controversi destini delle isole, quello di Pianosa si è capovolto nel giro di pochi anni: destinata a carcere di massima sicurezza nel 1975 con la trasformazione della sezione “Diramazione Agrippa”, per vent’anni è stata la casa di brigatisti e mafiosi sino al repentino abbandono del ’97. Pianosa ha assunto un destino carcerario già nel lontano 1858 per volere di Leopoldo II di Lorena, granduca di Toscana, l’anno prima della sua precipitosa fuga dal trono. Ma tale orientamento venne poi confermato dai Savoia e attuato con geometrica dedizione dal cavaliere Ponticelli che per vent’anni, a partire dal 1871, mise in piedi ciò che vediamo oggi, il paese, le mura, i bagni penali, le torrette di controllo, le belle ville dei dirigenti e dell’agronomo. Nel 1880 Pianosa già contava 960 reclusi e a partire dal 1884 ospitò tutti i detenuti d’Italia ammalati di Tbc. Poi dal 1998 solo abbandono e trascuratezza per l’intera isola, il villaggio, i siti archeologici e la parte carceraria.

 

b2ap3_thumbnail_pianosa-1.jpgVisitando adesso l’isola piatta – a numero chiuso e pagando un ticket – sembra sia stata evacuata per un improvviso maremoto o terremoto. Il percorso è sempre più limitato essendo diventate interdette alcune zone. Anche la famosa villa di Agrippa è inaccessibile. Il tavolato di accesso è pericolante e comunque i reperti archeologici sono nascosti dalla vegetazione. Oggi si può visitare il porticciolo, Viale Regina Margherita, Cala Giovanna, le Catacombe del IV secolo scavate nel granito. La cooperativa San Giacomo di ex detenuti offre pasti su prenotazione e gestisce l’accoglienza con un hotel di poche camere. Adesso nell’isola detta del Diavolo vince il silenzio rotto solo dalla quotidiana presenza di una manciata di turisti provenienti da Marina di Campo che, passata la giornata, tornano all’Elba. A Pianosa vivono stabilmente poche persone e saltuariamente agenti penitenziari, guardie forestali, i membri della cooperativa San Giacomo, che gestiscono l’accoglienza dei visitatori e occasionalmente alcuni studiosi e campi estivi. 

 

 

La piazza della chiesa, percorsa da foglie trasportate dal vento, è lo spartiacque tra il villaggio di case ocra e l’area carceraria. Una volta c’era il parlatorio proprio qui, piccoli spioncini da cui i parenti salutavano i detenuti. Poi anche il paesaggio carcerario è cambiato: all’epoca del generale Dalla Chiesa è stato elevato un grande muro di cemento armato che taglia in due la piattezza di Pianosa provocando una frattura trasversale del territorio. Oltre la barriera, i cespugli hanno preso il sopravvento su quelli che erano terreni coltivati, orti, aiuole, ulivi e viti. Ora dominano i conigli selvatici che saltellano da un fosso all’altro. Restano i muretti a secco su cui imperano l’elicrisio, il timo, il mirto, il lentisco, il cisto. La macchia mediterranea pian piano riconquista il suo spazio. Nella parte nord dell’isola il monumentale palazzo del Marchese è diventato un’uccelliera gigantesca dove si acquattano falchi, merli, gabbiani, falchi pellegrini, rondini che sfrecciano a bassa quota e pigliamosche che svolazzano ovunque.

 

b2ap3_thumbnail_pianosa-3.jpgC’è un netto contrasto tra l’aspetto selvaggio della flora e della fauna e i resti delle mura carcerarie, in quelli che sono i luoghi più belli di Pianosa come Cala Giovanna con le vestigia dei Bagni di Agrippa, l’antico porto romano o il golfo della Botte. Ma il tempo sembra fermo al momento dell’abbandono. 

 

 

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