Giancarlo Fusco (1915-1984) era un figlio prediletto della Marina Militare italiana. Suo padre era un ammiraglio, aiutante di bandiera di Aimone di Savoia, comandante in capo del dipartimento dell’Alto Tirreno, con base alla Spezia.

 

Fusco imparò a fantasticare ascoltando gli ufficiali che facevano fluttuare storie di sbarchi eroici, sirene e naufragi, abbordaggi e bombardamenti, angiporti trasgressivi e alcove odorose.  Lui abbandonò subito il circolo ufficiali e quel mondo d’élite per votarsi alla città notturna dei bordelli e dei ritrovi, delle palestre di boxe e dei tavoli da gioco, cioè Quando l’Italia tollerava, prendendo a prestito il titolo di un suo famoso libro. La notorietà dei postriboli spezzini girava di porto in porto, di nave in nave.

 

Fusco, detto Il Tacito dei casini,  divideva le casinanti a seconda del nome: quelle dai nomi carnosi (Brunella, Mirabella, Doriana), dai nomi melodrammatici (Fosca, Vanna, Malombra, Manon, Violetta, Ramona), dai nomi sognanti (Thea, Clizia, Colette), dai nomi tutto pepe (Titti, Beba, Dolly, Nanette, Pupa, Lulù). 

 

In quel porto di mare i nostrani fiori del male erano boxeur falliti, marinai litigiosi, magnaccia e biscazzieri, antifascisti coraggiosi, sempre minacciati dal regime, che subito dopo la guerra divennero personaggi  delusi, con i quali consumare precocemente la propria epoca. Lì conobbe anche provetti baristi con alle spalle decine di anni nei transatlantici che maneggiavano gli shaker mischiando gin e ricordi, vodka e rimpianti, acqua tonica e lacrime.

 

b2ap3_thumbnail_fusco3.jpgFusco narrava di avere avuto una vita avventurosa, alla Jean Gabin: pugile (campione italiano pesi gallo), ballerino di tip-tap (una mattina alle quattro fece danzare Sophia Loren al Festival del Cinema di Venezia), gangster (leggere il suo capolavoro Duri a Marsiglia), soldato e prigioniero di guerra (leggere Le rose del Ventennio e La guerra d’Albania), partigiano, dirigente comunista, presentatore, cantante, re della Versilia notturna, notista di giornali locali prima che l’amico Manlio Cancogni lo portasse a Milano (Il Mondo, L’Europeo, Cronache, Il Giorno, L’Espresso), vaticanista (leggere la biografia Papa Giovanni del 1972), scrittore, sceneggiatore e attore.

 

Quello autentico, invece, stava seduto al banco del Bar Fusco, a Roma, dove una nota casa vinicola scaricava ogni settimana una cassa di grappa a un cliente tanto affezionato da meritarsi una placca pubblicitaria in latta. Soltanto alla morte di Fusco, avvenuta il 17 settembre 1984 all’età di 69 anni, di fronte ai ripetuti rinvii della merce un ispettore di tale ditta appurò che il destinatario non era il titolare di un locale bensì un normale cittadino e che il bar era in realtà una semplice abitazione condominiale. 

 

Un uomo fatto di eccessi, generoso e insolente, sognatore e irregolare: così lo dipingono coloro che gli sono stati vicini. Una carriera iniziata alla Spezia dove  l’editore Gastozzi (in realtà si chiamava Talozzi e non voleva avere problemi con i fascisti) pubblicò dal 1934 al 1938 I pensieri di un maniaco, Veleno, 2 bozze smarrite e Biancheria,  quest’ultimo volume incorso nei censori del Duce in quanto giudicato «antisolare e distruttivo».

 

Durante la guerra andò a fare il militare nel VII Genio Telegrafisti a Firenze e poi a Bologna. E siccome le guerre non finivano mai, Giancarlo era sempre richiamato. Poi venne la frustata dell’Albania e della Grecia, ben descritta nei suoi libri, e si trovò con la Julia su quel fronte maledetto. Giurava di essere stato uno dei primi a mettere piede nel palazzo reale di Tirana dove vide i cenci sporchi di sangue della povera regina che, appena partorito, dovette scappare con il neonato. E anche lì alimentò la sua leggenda. Per esempio quella di essere stato radiotelegrafista personale del Duce durante la sua visita sul fronte albanese, a un passo dall’ucciderlo. In Grecia si mise nei guai per connivenza o traffici con la Resistenza. Quando arrivò l’8 settembre si trovava in carcere in Grecia. I tedeschi, dunque, non fecero nessun sforzo per agguantarlo. Da lì fu spedito con una tradotta in Germania, vicino ad Hannover in un campo militare per sei mesi. Quindi finse di aderire alla Repubblica di Salò, scappò nel viaggio e si unì alla Resistenza. Nel primo dopoguerra fu funzionario del Pci ma vendette la bicicletta di un compagno e venne espulso. 

 

Con i sui racconti nel dopoguerra conquistò la stima e l’attenzione del club letterario della Versilia. Manlio Cancogni lo spinse a imbastire belle storie per i grandi settimanali nazionali. La notte versiliese era dominata dalla sua figura, presentatore e cantante al Kursaal di Viareggio, animatore delle bische e dei circoli, frequentatore della neonata Capannina dove si poteva ascoltare la musica degli americani di Tombolo, il jazz, suonata tra gli altri da un giovane Piero Angela. Ed è proprio Fusco a inventare, in quel locale, la prima edizione del Festival della canzone italiana. La sera del 25 agosto 1948 Fusco premiò Narciso Parigi per la canzone Serenata al primo amore scritta da Pino Mosconi. Poi nel ’51 il Festival fu ripreso a Sanremo e da allora si stabilì nella riviera ligure. 

 

b2ap3_thumbnail_fusco-1.jpgPrese un treno che dalla Versilia, voltando a Sarzana, si inerpicava sulla Cisa e raggiungeva la vetta del successo. Conquistò Milano in maniera cruda e disinvolta, con il suo genio di scrittore e la sua maldestra eccentricità. Di giorno in redazione tra i colleghi, di notte nei locali tra i diversi, gli irrequieti, la mala. Le redazioni erano quelle dei maggiori settimanali, i night erano il Don Lisarder o l’Anthony, i ritrovi erano il Giannelli o Al Panara. In redazione entrava con la penna e il coltello, nei night con la penna e la pistola. 

 

L’insuccesso del suo personale filone di ironia sulla guerra – agli inizi degli Anni 60 mandò in scena Un cannone per Mariù al Piccolo Teatro per la regia di Puecher e alle stampe La Guerra d’Albania – lo convinse ad abbandonare Milano e a cambiare aria per andare a Roma. 

 

Il Fusco romano aveva un palcoscenico nuovo da sfruttare: il teatro della politica, il mondo del cinema, l’ambiente della radio e della televisione. E soprattutto ritrovi, osterie, ristoranti, insomma una città notturna dove poteva muoversi liberamente e ostentare l’arte affabulatoria. Il Fusco romano esaltò la sua versatilità collaborando con Tinto Brass, scrivendo nove sceneggiature e aggiustandone una cinquantina senza porre la sua firma, facendo l’attore cinematografico (Italiani brava gente, Vogliamo i colonnelli, Senza famiglia e un’altra decina di film) e teatrale (con Carmelo Bene interpretò Nostra Signora dei Turchi cucinando spaghetti sul palco), collaboratore, columnist e editorialista di riviste particolari come Playboy, Kent e Abc, scontando l’isolamento impostogli dalla sinistra. «Fusco inventa la verità», disse di lui Vittorio Gassman. Ed era la sua forza. 

 

Tra i tanti racconti il più geniale appare Tamislavo senza regno, storia del padre, attendente di Aimone di Savoia, candidato al regno di Croazia. Quando nel 1941 Vittorio Emanuele annunciò la nuova destinazione regale al diletto nipote, non poteva certo immaginare che il regno di Croazia si sarebbe insediato in sedi poco consone, prima una villa di Lerici e quindi una palazzina in via Mercati a Roma. L’unica attività istituzionale si riduceva al pur significativo impegno del tenente colonnello commissario Fusco alias Romerio, il solo che si dava da fare per quel regno di cartapesta ammucchiando rapporti riservati, statistiche, veline e bollettini segreti forniti da una rete di informatori sul campo. 

 

Aimone, infatti, preferiva gli ozi, gli agi, i sapori e gli umori della bella provincia italiana al clima turbolento dei Balcani e soprattutto non avendo in grande simpatia il fascismo e i tedeschi desiderava tenersi lontano dalla prima linea bellica. C’è chi dice – ma l’aneddotica nel caso Fusco abbonda – che un giornalista spezzino dell’agenzia Stefani di sede a Trieste calcasse la mano sui resoconti di quell’area geografica anticipando quanto avvenuto poi con i conflitti etnici della ex Jugoslavia.

 

Sul finire della recita vitale, compariva in trattoria vestito da ciclista, boicottava saponi e shampoo e frequentava ambienti a lui distanti scompaginando ancora di più le sembianze, le troppe anime e scoraggiando coloro i quali contavano su una certa identità, presagendo di ingarbugliare quanti un giorno si sarebbero messi sulle sue tracce. Come noi esattamente a cento dalla nascita.

 

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