C’è un territorio che è un’isola: le Cinque Terre. La sua cultura, la sua morfologia, il suo modo di vita e l’isolamento a cui questi paesi sono stati abituati per secoli ne hanno fanno una sorta di ambiente d’isola.

 

Certo, oggi questo isolamento è diventata una fortuna poiché il mantenimento di un ambiente così particolare porta qui circa tre milioni di turisti l’anno. Un paesaggio tra mare e monti, tra onde e terrazze. Lauro Bordoni (nella foto sotto a destra), uno dei maestri del progetto Sassi dei muri tirati su a secco che il dialetto ligure diventa uno scioglilingua da titolo di canzone brasiliana: «Sciasci dii pozi tià su a secu», ha nelle mani l’antica sapienza di questa muraglia lunga 11 mila chilometri e alti appena due metri, edificata in più di mille anni di duro lavoro, uno dei paesaggi antropici più spettacolari del pianeta. Un segreto che sta nei polpastrelli, nella mente, nei ricordi, trasmesso negli echi del vento o nelle veglie notturne, nelle camminate a piedi o nelle bevute di vino. Ancora è lì che guarda con orgoglio la collina di Zunché (Giuncato) dove ogni sasso messo lì dal bisnonno Giovanni, dai suoi fratelli e figli sta al proprio posto con esattezza geometrica. Quando decisero di colonizzare quella collina sopra Groppo, Giovanni e gli altri si guardano negli occhi, partirono dal basso e via via salirono sino a venti terrazzamenti, poi ci misero le vigne e attesero sino a settembre per sentirsi felici. 

 

b2ap3_thumbnail_lauro-bordoni.jpgOggi quelle terrazze sono a rischio frane come gran parte delle Cinque Terre dove persino Via dell’Amore è chiusa da tre anni. Per questo è nata la Fondazione Manarola Cinque Terre: «Il terrazzamento è la fonte della coltivazione», spiega Bordoni, pensionato con alle spalle una vita da impiegato tecnico, «ma anche della stabilizzazione dei versanti e quindi della prevenzione delle frane. L’abbandono dell’agricoltura marginale, compensata nelle Cinque Terre con altre fonti di reddito, porta il terreno a ritrovare la propria condizione naturale. Quindi se ci sono degli abitati in basso, in caso di frane si possono avere gravi danni soprattutto con pendenze superiori al 45%». Di qui la scelta di unirsi in una fondazione che raggruppa 120 soci su 300 abitanti di Manarola, secondo borgo delle Cinque Terre, con l’intendo di recuperare i muretti a secco ottenendo anche la cessione di appezzamenti di terreni dai singoli aderenti. 

 

b2ap3_thumbnail_muretti-afi.jpgLa tecnica è sintetizzabile in pochi, ma precisi passaggi. Si comincia con lo sbarazzo separando il materiale caduto riadatto all’uso: le pietre buone per la facciata, sotto le pietre informi, poi il pietrisco per il drenaggio e quindi la terra. Il secondo passaggio è liberare la zona del muro da ricostruire, il terzo è la preparazione delle fondamenta, magari dovendo scavare per trovare qualcosa di solido, come una roccia, su cui appoggiarsi. Come i rabdomanti, i costruttori di muretti a secco toccano la terra e cercano le fondamenta giuste, magari le livellano con il piccone e la mazza. Poi costruiscono con una inclinazione marcata verso l’interno per la gravità. Ma questo è un segreto che non si potrebbe rivelare, direbbe il bisnonno Giovanni con le labbra arse dal sole. Dal basso si sale lentamente verso l’alto mettendo prima le pietre più sane per reggere il carico. La profondità del muretto a secco va da 50 a 60 centimetri e più si va in alto più aumenta perché si ha maggiore spazio da riempire. Le pietre nascoste, quelle informi e grosse, non devono mia superare il livello di altezza di quelle della facciata. Per tenere il pareggio si usa materiale minuto, schegge, sassi, pietre che saldano l’insieme. «Le pietre», dice Bordoni, «sono sempre quelle di una volta, hanno 200-300 anni, ricavate dalla roccia madre, oppure di arenaria o argillati, anche se adesso utilizziamo l’elicottero per portare pietre nuove nelle terrazze quando mancano o sono inutilizzabili».

 

b2ap3_thumbnail_manarola-2.jpgGuardando le colline si può capire il lavoro millenario di questa gente che aveva per confine il mare e la montagna. Scavando formarono le terrazze che erano l’unico modo per avere terra e per trasformare in terra il materiale accolto come erba, legna, resti di filari. «Il muretto a secco è la base della vita di questi borghi»,aggiunge Bordoni, «in una logica conseguenza che trasforma essenziale il terrazzamento per la coltivazione». Con questi muretti a secco i borghi si sono popolari, è nata la coltivazione dell’uva, è stato estrapolato un vino di qualità come lo sciacchetrà, sono sorti gli orti e i frutteti. Questi erano gli elementi vitali di comunità chiuse, isolate, raggiungibili solo via mare.

 

b2ap3_thumbnail_manarola-3.jpgSu queste colline produttori privati, coltivatori e la Cooperativa Agricola, grazie anche a tecnologie enologiche avanzate e particolari, sfruttavano al meglio le caratteristiche naturali dell’ambiente e la qualità delle uve producendo il Cinque Terre D.O.C., conosciuto in tutta Italia e nel mondo. In particolare in alcune zone storiche nasce il vino delle “Coste” che trasferisce nel prodotto le caratteristiche del microclima. Le uve del bianco secco, opportunamente scelte e lasciate per lungo tempo ad appassire sui graticci, al riparo dall’azione diretta dei raggi solari, danno poi origine al vino principe delle Cinque Terre, lo Sciacchetrà. Per questo con la Fondazione la gente di Manarola riprende la via dei campi. «Noi facciamo il lavoro iniziale», conclude Bordoni, «recuperando i terrazzamenti perduti per poi cederli in comodato d’uso con criteri di bando indirizzati alla coltivazione per 15-20 anni».

 

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