«Fabioooo!», sento gridarmi da dietro. La voce è di Pancho, la riconosco. Mi saluta abbracciandomi. 

 

«Allora?! Sei venuto per restare un po’ o toccata e fuga?» mi chiede.

«Rimarrò qualche mese quindi mettiti l’animo in pace» gli rispondo. Risata generale.

 

Francisco, aka Pancho, è un ragazzo messicano di 25 anni. Più precisamente è Maya, ovvero di quel tratto di terra dove mi trovo. Abbiamo pescato, giocato a calcio, bevuto, parlato e riso insieme. Conosco tutta la sua famiglia e ci siamo sempre trovati bene. Lo conosco più o meno da 10 anni, da quando sono venuto qui la prima volta. È il gerente del bar/ristorante e mi ha sempre fatto grandi-piccoli favori: se internet si scollegava mi mandava subito il tecnico, se avevo sete mi arrivava molto rapidamente da bere e altre piccole cose del genere. Oltre ad una grande educazione e simpatia.

 

Ricordo quando, quattro anni fa, mi invitò al suo matrimonio. Sinceramente fu una grande esperienza. Eravamo nel suo paesello sperduto all’interno della costa… Hu May se non ricordo male, a circa 1 ora da Mahahual. Affittò una specie di chiesa che di chiesa aveva ben poco se non per un grande crocifisso all’interno. Sembrava una casa senza manutenzione, lasciata al tempo che fa il suo corso. Intonaco scrostato, sedie di plastica cotte dal sole, alcune sponsorizzate dalla Corona o dalla Coca Cola tipo quelle che vediamo al mare da noi e un vecchio stereo con la maggior parte dei cavi rotti o bruciati.

 

Il prete consumò la cerimonia con l’audio che si abbassava e si alzava da solo. Usciti dalla piccola chiesa ci spostammo a casa della sposa. Ci aspettavano grandi tavoli rotondi di plastica bianca con tovaglie scocciate per non farle volare via. Bottiglie da due litri di qualsiasi bevanda gassata su ognuna aprivano il rinfresco; piatti tipici del posto, di cui non avevo mai sentito né il nome né l’odore, lo chiudevano. 

 

Gran finale in una scuola chiusa per l’occasione. Dentro, in uno spiazzo grande come due campi da tennis, danzavamo tutti insieme ogni tipo di canzone, pieni di tequila in corpo. C’era tutto il paese. L’amore e l’umiltà di quella gente, sorrisi e la semplicità: osservare la gioia di non avere nulla di materiale, ma tutto di umano, me la porterò dentro di me per sempre.

 

Gli racconto molto brevemente la situazione italiana e qualche piccola grande avventura che mi è successa nel mentre. Con occhi genuini e trasparenti mi dice che a breve diventerà papà. Mi congratulo e gli prometto che gli offrirò da bere molto presto.

 

«Sarò qui tutti i giorni per un bel periodo, non scappi» gli dico. Altra risata. «Pancho vado a fare il primo bagno, fai il bravo!»

«Bentornato Fabio».

 

Finisco l’ultimo sorso di spremuta, mi alzo e inizio a camminare verso il mare…

 

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