Quando entriamo in Chiapas la vegetazione si fa più folta. Le felci sono giganti e la nebbia, data l’altitudine, si fa più intensa. È molto umido e la temperatura non supera i 13 gradi.

 

Le strade, tutte curve e sali-scendi, rallentano l’andatura ma ci fanno ammirare piu di uno spettacolo: le enormi distese di vegetazione e i piccoli villaggi di indios (gli indios nella regione sono circa un terzo). Ci fermiamo a fare pipì e io rimango in macchina. Ricordo che, mentre gli altri erano impegnati con i loro bisogni fisiologici, un bambino si avvicinò al finestrino, timoroso. Io lo salutai e lui mi sorrise. Iniziai a parlare,  ma dopo poche parole vidi che non parlava nemmeno spagnolo e non capiva cosa gli dicessi. Gli regalai una caramella e ce ne andammo.

 

Orgoglio e diffidenza

b2ap3_thumbnail_Chiapas-2.jpgIn questa terra di grandi rivolte socio-politiche e devastata da guerriglie, le popolazioni degli altopiani del Chiapas, gente che ha pochissima o addirittura nessuna connessione con i turisti, vedono il turista come una “minaccia”. Pensano che quando ti fermi a fotografare le capanne e il loro stile di vita in generale  tu voglia rapire loro i bambini. C’è molto scetticismo. Questo me lo raccontò una guida, a Palenque, dove passiamo qualche ora tra rovine e leggende, la tomba di Pakal e le piramidi inghiottite dalla giungla, contrattando manufatti da portare via e indecisi se prendere dei funghi allucinogeni o meno.

 

b2ap3_thumbnail_Chiapas-3.jpgChiese e sacrifici animali

Dopo quasi sei ore di viaggio e immersi in una giungla fitta e umida arriviamo tra le montagne della Serra Madre, a San Cristobal de las Casas, capitale del Chiapas in epoca coloniale. Stupenda cittadina coloniale piena di mercatini e viaggiatori da ogni parte del globo. Passiamo tre giorni a vagabondare tra ristoranti sudici e bancarelle natalize, negozi di pellame e chiese. Il Dave e W fanno una giornata nelle campagne sperdute a vedere sacrifici millenari di galline sgozzate nelle chiese e giri su muli sperduti nella vegetazione. Io e Alby rimaniamo a dormire fino a mezzogiorno come due cretini.

 

Una lotta contro il tempo

b2ap3_thumbnail_Chiapas-4.jpgIl tempo corre a nostro sfavore e quindi se vogliamo tornare a Mahahual per la fine dell’anno ci dobbiamo mettere in marcia. Come al solito mi metto al volante e schiaccio l’accelleratore per tutta la durata, fermandoci solo una volta per scelta e ai posti di blocco, per obbligo. Per il resto è una tirata unica, frenetica. Arriviamo a Mahaual alle dieci di sera, due ore prima che inizi l’anno nuovo.

 

Fiesta!

Siamo stanchi marci, ma in spiaggia vediamo champagne e ogni genere di cocktail, banchetti con stuzzichini e la gente, dai 15 ai 70 anni, già su di giri, balla e scherza come se fosse la prima volta. Ci uniamo al gruppo di italiani, americani, messicani e argentini e iniziamo la festa. Dopo il 3,2,1 ci spruzziamo a vicenda alcune bottiglie di champagne addosso manco fossimo dei milionari a Saint Tropez. La felicità regna sovrana. La serata procede con un tasso alcoolico non indifferente e stiamo tutta la notte al Tequila Beach, un locale messicano sulla spiaggia. C’è un casino di gente proveniente da villaggi e cittadine limitrofe. Io vedo triplo, Alby quadruplo, il Dave ha 39 di febbre e il W salta abbracciato a rancheros messicani. Sono le 6.30 e ci ritiriamo. È il 1 gennaio. Il tempo di passare una giornata a poltrire sotto il sole facendo versi di ogni tipo in mancanza di parole… domani andremo a Panama per una settimana…

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