Siamo nuovamente a Panama City quando il sole è già calato. La mattina, dopo aver notato sul conto corrente che mi avevano clonato la carta di credito, ci dirigiamo in aeroporto. Direzione Bocas del Toro.

Prendiamo un aereo vecchio, con una decina di posti, con due eliche a vista. Tutti dormono tranne me, attratto dalla vista spettacolare e dalla mente che vaga. Stiamo camminando per le strade di Bocas del Toro intorno all’ora di pranzo. Capitale della provincia omonima, Bocas del Toro è una piccola cittadina che vive di turismo. Si possono incontrare molti surfisti e viaggiatori zaino in spalla. Scegliamo un hotel a caso e buttiamo giù le valigie. Girovaghiamo senza senso tra  spiagge e negozi di surf fino alla sera dove ci abbuffiamo di pesce.

 

Fidati della gentilezza…

Mentre stiamo rientrando in hotel un giovane e gentile panamense si avvicina a me e W. chiedendoci da dove veniamo. Parliamo di tutto e a pelle ci troviamo subito. Dopo aver discusso su alcool, bottiglie e cocktail il giovane ci chiede se vogliamo provare un liquore fatto in casa. «Perché no?!», rispondiamo. Sono dieci dollari americani. Noi gliene diamo venti perché è simpatico e deve fare un po’ di strada per prendere la bottiglia. Sparito. Non tornerà fino a sera quando lo vediamo passare furtivo dietro a delle viette: io e W. iniziamo a seguirlo con passo veloce. Girato un angolo, nel buio della notte, ci addentriamo in una via con casette di legno a schiera molto vecchie. Vedo solo le case nell’ombra, gli occhi e il ringhio di qualche pitbull tenuto saldamente da alcuni ragazzi. Io dico a W. che sarebbe meglio lasciare stare mentre lui vuole proseguire fino alla fine perché vuole trovare il ragazzo che ci ha rubato i soldi. Mentre camminiamo sentiamo voci di persone che ci chiedono cosa vogliamo e i cani iniziano a scaldarsi. In quel momento convinco W. a girare il primo angolo e a dimenticarci dell’accaduto.

 

Reggae e Inter

L’esperienza a Bocas del Toro finisce con una serata in un bar reggae bagnata da un acquazzone tropicale. Ce ne andiamo dopo appena due giorni non avendo trovato molto da fare se non visitare qualche bella spiaggia contornata da un atmosfera non proprio rilassata. Tornati l’ennesima volta nella City, vediamo la partita dell’Inter nella hall dell’albergo. L’Inter vince all’ultimo minuto e insieme ai due ragazzi dello staff con cui abbiamo legato di più saltiamo, gridiamo e ci abbracciamo mentre tutto l’hotel ci guarda come pazzi. Il giorno dopo andiamo nello spaccio di vestiti a cielo aperto di Colon, dopo aver passato mezza giornata a vedere il canale di Panama tra vecchi cimeli e racconti. Vediamo passare una nave mercantile cinese che dall’oceano Pacifico andrà verso l’Atlantico.

 

Grazie e… arrivederci?

b2ap3_thumbnail_blog-fabio-panama-2.jpgArrivati a Colon entriamo in questo strano complesso industriale con guardina all’entrata. All’interno ci sono negozi di abbigliamento di tutti i tipi. Ma anche negozi di elettronica e di oggettistica senza valore. Compriamo delle t shirt e altri capi quando al ritorno in macchina il tassista dice di nascondere la roba acquistata, indossandola. Ci dice che se vedono che abbiamo comprato qualcosa bisogna pagare una tassa. Senza troppe domande lo facciamo. All’uscita salutiamo la “guardia” imbottiti come krapfen. Sulla strada del ritorno veniamo fermati dalla polizia per un controllo e viene fuori che il tassista non ha la patente. Lasciamo Panama non prima di aver visitato Casco Viejo (vecchio centro città, la foto qui a sinistra). Bellissime costruzioni coloniali e giardini rigogliosi. Sembra di essere in un altra città. Comprerò un tipico cappello in tessuto per mio padre e visiteremo una vecchia villa fronte mare. Era del super boss militare/narcotrafficante Manuel Noriega, oramai è abbandonata e dismessa (la foto in aperrtura). Ciao e grazie Panama. Non so se ci vedremo ancora.

 

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