Ne sono sempre più convinta. La fine del viaggio è lo smartphone. Perché il vero viaggio è uscire dalle abitudini, “spaesarsi”, tagliare il cordone ombelicale per tutto il tempo in cui saremo altrove.

 

Per questo bisogna avere il coraggio di essere unplugged. Mollando gli ormeggi l’orizzonte si dilata, come nella Divina Commedia quando Dante spinge Ulisse a ovest, dietro il sole, per conoscere il mondo inesplorato. Diceva lo scrittore statunitense John Steinbeck “Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.

 

Viaggiare in modalità “apriti Sesamo”, disposti all’imprevisto, a confonderci e a rimescolare le carte, è la nuova tendenza, afferma una ricerca di Euromonitor. Partendo senza prenotare, senza sapere dove si dormirà la notte dopo, e soprattutto senza Internet che mappa come un Gps ogni nostro spostamento. E ci travolge con ondate di quotidianeità anche in una piantagione di tè in India o in un villaggio di pescatori in Belize. Dal commercialista che ti chiede un documento fondamentale, il giornale che ha bisogno di qualche riga per allungare un pezzo, ma anche l’amica che ha bisogno la conferma per un invito a cena.

 

L’incanto svanisce, il “cielo stellato sopra di me” di Kant si offusca. Perché il viaggio è sorpresa, stupore, gioco. Se è stato confezionato da un’agenzia o deciso a priori con prenotazioni blindate, senza neppure un brivido di incertezza, se siamo raggiungibili, mappabili come avessimo una cimice addosso, anche se la meta sono i confini del mondo, il viaggio muore durante il viaggio. Ma la magia è anche ricostruirlo nella nostra mente come ci piace. Perché, come scriveva lo statista inglese Benjamin Disraeli “Come tutti i viaggiatori ho visto più di quanto ricordo e ricordo più di quanto ho visto.”

 

Commenti

CONDIVIDI