isola_pellestrina_venezia

Un presepe con le casette dai colori esagerati, blu indaco, viola, arancione, rosa fucsia, verdi che servivano da faro per i pescatori al rientro dalle lunghe notti in mare.

Nelle prime ore del mattino, la nebbia, il caligo, l’acqua e il cielo creano miraggi spazzati via dalla bora, il tramonto ha le sfumature oro antico delle pennellate del Guardi, del Longhi o del Tintoretto. Tra i “prati d’acqua” della laguna che incantavano lo scrittore Giovanni Comisso, l’isola di Pellestrina, amata da Thomas Mann, è una striscia di undici chilometri, protetta dai Murazzi, Venezia a fare da quinta. Una Camargue di casa nostra che vive al ritmo di lune e maree, dedalo di barene, le terre emerse, attraversate dai ghebi, i piccoli canali tortuosi, rifugio di uccelli palustri. Dove va in scena il meglio della cucina veneziana.

Lo sanno bene gli habitué che nel weekend sbarcano qui per assaggiare le prelibatezze delle trattorie, a base di pesce appena pescato. Un nome per tutti, Celeste. Nelle giornate tiepide, ai tavolini sulla terrazza affacciata sull’acqua, sfilano piatti colmi di schie, gamberetti, anguilla o “bisiato”, e le seppie che entrano in laguna ai primi di marzo per accoppiarsi. A San Pietro in Volta, ci si delizia con i menu di Nane, antipasti di cannocchie e capesante e soprattutto il croccante fritto di calamaretti, mentre il celebre pasticcio di pesce, assicurano gli habitué, non è più quello di una volta. Accanto, il ristorante da Memo, fratello povero, senza vista, offre primi come gnocchi con scampi, purtroppo rovinati da una salsa al pomodoro, ma ottimi secondi di pesce dalle mazzancolle, sogliole, coda di rospo, accompagnati da verdure coltivate negli orti della laguna come le castraure, i teneri carciofi violetti che si raccolgono ad aprile nell’isola di sant’ Erasmo. La strada corre lungo i Murazzi. Alla fine, l’oasi di Ca’ Roman, un luogo senza tempo, un bosco, una spiaggia, le dune, un faro, dove nidificano specie protette come il gruccione.

Commenti

CONDIVIDI