Guardare un continente seduta sulla rive di un altro… ovvero guardare a Istanbul l’Europa dall’Asia, verso il ponte illuminato che le collega, un chilometro e mezzo dove scorrono centinaia di auto come formiche.

 

Qualche giorno fa mi sono goduta il Bosforo dalle sorprendenti acque argento, brulicante di vaporetti, caicchi, cargo russi annunciati dal fumo nero e dal lamento delle sirene nella luce dorata del tramonto. Lungo 32 chilometri, largo tra 660 e 3.300 metri, due ponti e presto un terzo, un traffico degno di una via di navigazione internazionale, l’unica ad attraversare una città. Il premio Nobel Orhan Pamuk ha definito il leggendario stretto la “forza vitale di Istanbul”, infinita e senza centro, con la sponda asiatica che ospita gli yali, le nobili dimore in legno ottocentesche, i giardini che sfiorano il mare, e quella europea sedotta dalla globalizzazione, che scimmiotta i locali di Parigi o della Costa Azzurra.

 

Ho passeggiato sulla banchina di Üsküdar, all’ombra dei minareti della moschea, bevuto il tè in un baracchino tra venditrici di rose con il foulard anatolico, mercanti di simit, il pane tradizionale al sesamo, donne in burka con l’Iphone. Verso il mar Nero, ho attraversato il quartiere di Kadiköy, famoso per i bouquiniste e la sfilata di botteghe e bancarelle che vendono delizie al miele, formaggi, loukum. Ma l’emozione più grande è stata salire sulla collina di Çamlica: davanti, l’Istanbul della storia, le sue cupole e i suoi palazzi, i ponti e i porti, Santa Sofia e il Corno d’Oro, Galata e Beyoglu.

 

Güle Güle è scritto dappertutto in Turchia. Ovvero, vai con un sorriso. E sono tornata nella vecchia Europa.   

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