E siamo al numero 100! Cento blog in tre anni di Sailing & Travel in cui ho cercato di segnalare luoghi, libri, tendenze che per varie ragioni mi sono sembrati degni di nota. Per una volta, voglio parlare di persone, di incontri che ho fatto in tanti anni di reportage in giro per il mondo.

 

Donne e uomini sconosciuti e famosi che mi sono rimasti nel cuore. Come zio Didì a Sumatra, contadino filosofo che per una settimana ha abbandonato la sua casa nella giungla ed è venuto con noi a raccontarci la sua isola, davanti ai più bei tramonti mai visti nella vita. Un vagabondaggio dove abbiamo dormito in una capanna dei Batak sul lago Toba, siamo approdati nell’isola di Nias rasa al suolo dallo tsunami del 2005 dove gli indigeni pescavano con archi in legno e frecce. A Floreana, isoletta delle Galapagos al largo della costa dell’Ecuador un tempo rifugio di pirati e luogo di deportazione di galeotti, ho abitato da Margareth Wittmer, autentica Robinson tedesca arrivata negli anni Trenta. E mai più ripartita, innamorata dell’arcipelago, dei buffi uccelli piqueros dalla pata azul, delle iguane. Una storia avvicente raccontata nel suo libro, Fermoposta Floreana, un cult da non perdere.

 

E poi c’è stato Francisco Coloane, il cantore della Patagonia, nella sua ultima intervista a Santiago del Cile davanti a una scultura di Botero con in testa il cappello che gli aveva regalato Sepulveda. E gli scrittori del deserto di Atacama come Herman Rivera Letiler che mi parlava della sua infanzia tra le miniere del salnitro. A Bali ho reincontrato Linda Garland, designer irlandese conosciuta negli anni Settanta quando Kuta Beach era solo una spiaggia e non la Rimini che è diventata adesso: si abitava in casette di legno e paglia, l’acqua conservata nel mandi, la vasca in pietra. Linda voleva vivere qui e ce l’ha fatta, nella sua casa immersa nella foresta con Jungle Gym, il padiglione dedicato allo yoga, sospeso come un ponte sopra il fiume.

 

Ma anche Hans, ex professore di storia dell’università di Berlino, che da dieci anni girava l’Africa con un  ombrello etiope di mille colori per ripararsi dal sole con cui ci siamo dati un appuntamento nella leggendaria Ujiji, in Tanzania sotto il mango dove si incontrarono Stanley e Livingstone. Mentre a Saigon ho passato una giornata con Madame Dai avvocato, difensore di molti Vietcong che al ristorante La Bibliotheque di Nguyen Du Street, deliziava gli ospiti tra volumi storici di legge e boiserie in legno scuro con aneddoti su personaggi come il generale Giap che apprezzava gli straordinari piatti a base di gamberi e granchi.

 

Questi e tanti altri sono i compagni di un viaggio che dura da una vita. Penso a loro quando rifletto su questo mestiere e mi chiedo se ha ancora un senso. E al mio amico Ettore Mo, l’inviato più straordinario, che al mio matrimonio cantava canzoni di nozze tradizionali imparate in un villaggio della Giamaica e non ha dubbi: “Schiacciare un bottone per ottenere tutte le informazioni… è un’illusione. È un illusione quella di poter fare un reportage stando a tavolino, perché non senti l’odore delle cose”.

 

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