b2ap3_thumbnail_blog-bit-2014.jpgLa Bit serve, la Bit non serve, la Bit sta morendo, la Bit è pronta a rinascere per l’Expo. Ogni anno, così come d’altronde capita anche per il Salone Nautico di Genova, sulla Borsa Internazionale per il Turismo di Milano si dice e si sente davvero di tutto, tanto che sta diventando sempre più difficile capirne a fondo la reale utilità.

 

Ma visto che su questo si potrebbero aprire milioni di capitoli, preferisco concentrarmi su un fatto in particolare notato durante l’ultima edizione appena conclusa. Per presentare infatti il nostro nuovo format tv #vadoaquelpaese (che inizieremo a trasmettere tra qualche settimana) e proporre alcune collaborazione editoriali in vista della seconda serie del programma, credo di aver fatto, in due giorni, qualcosa come una quarantina di appuntamenti tra padiglioni mondo e padiglioni Italia. Ed è stato impossibile non notare le “piccolissime” differenze di organizzazione/gestione/disponibilità/educazione tra i due settori.

 

Un esempio su tutti. Se agli stand di Giappone, Marocco, Cina o Thailandia hai un appuntamento alle 10:15, alle 10:15 sai per certo che qualcuno ti sta aspettando e che quel qualcuno per almeno mezz’ora ti ascolta, fa domande, osserva ciò che hai preparato per l’occasione e prende appunti. Se il progetto interessa, ti chiede di mandargli maggiori informazioni appena chiusa la fiera, altrimenti ti dice “no grazie”. Facile, no?

 

Evidentemente no. Perché quello che accade in Italia è leggerissimamente differente. Hai un appuntamento alle 10:15? Alle 10:15 ti lasciano ad aspettare all’ingresso, alle 10:30 ti chiedono un altro un po’ di pazienza, alle 10:45 ti propongono di ritornare alle 14:00, alle 14:00 sono ancora a pranzo, alle 14:15 ti ricevono concedendoti dai due ai tre minuti di tempo in cui non ascoltano né prendono appunti, ma si guardano attorno, scrivono sms e rispondono al telefono, per poi liquidarti dicendoti di mandare la proposta (“massimo quattro pagine, mi raccomando, altrimenti non la leggiamo neanche”) via mail a un qualche indirizzo [email protected] a cui ovviamente nessuno risponderà mai. Facile, no?

 

Chiaramente questa è una generalizzazione di quanto accade, visto che qualche realtà che sembra aver capito più di altre il potere di una comunicazione funzionante ovviamente (e fortunatamente) esiste anche da noi (in Puglia, giusto per citarne una, nonostante le visite di Vendola & co abbiamo sempre trovato persone attente alle idee e disponibili nei nostri confronti), ma vi posso assciurare che il trend generale è purtroppo molto simile a quanto descritto poco sopra.

 

Ma allora mi chiedo: possibile che, ancora una volta, ci siano tutte queste differenze tra Italia e mondo? Non è che allora ha ragione chi dice che “se sei italiano allora sei un cialtrone”, così come mi è capitato di scrivere qualche tempo fa? È così difficile dimostrare un minimo di rispetto per il lavoro altrui? Ma soprattutto: possibile che nessuno si renda conto, in un settore così delicato come il turismo (e tanto in crisi qui da noi), che con certi comportamenti non si ottiene altro che poca attenzione sull’Italia (e di cose belle da fare ce ne sarebbero un’infinità) finendo con l’avere in giro per i magazine nostrani solo e soltanto progetti editoriali dedicati agli altri paesi?

 

Non è utile per nessuno.

 

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