Anche dopo più di un anno in terra australiana, quando parlo con un Aussie Mate mi capita ancora di ritrovarmi con l’espressione corrucciata de Il mio amico Arnold e pensare tra me e me: “Che cavolo stai dicendo, Aussie mate?!?

 

Se è pur vero che appena arrivata il mio strabiliante inglese-fai-da-te mi consentisse a mala pena di ordinare un caffè (e che caffè!), perché, ancora adesso, la metà delle volte non capisco un bel niente di quello che mi dicono? E perché loro non capiscono quasi mai quello che dico io?

 

Ci ho messo un po’ ma alla fine credo di esserci arrivata. Non sono solo il milione di espressioni che ancora non conosco e non è la velocità di trecento parole al minuto con cui tutti ti parlano. Il vero colpevole della mia goffa e impacciata padronanza della lingua è lo slang. Sì, lo slang australiano, questo nuovo pigro pigrissimo amico con cui devo inevitabilmente fare i conti tutti i giorni e che mi fa sentire “indietro come una mucca al pascolo” (cit.). Perché è esattamente cosi che mi sento; loro parlano, accorciano parole, saltano verbi, cambiano vocali e io arranco, persa in suoni che non mi aspetto e in parole a cui sul momento non riesco a dare un significato. Qualche esempio?

 

“Do you have a BARBIE?” …mmm, se ho una bambola barbie? Ma hai visto quanti anni ho?

“Can you buy some VEGIES?” …cos’è che vuoi che ti compri? 

“I want to cook some SNAGS” …vuoi cucinare un guaio, addirittura più di uno?

 

L’espressione alla Arnold regna sovrana sul mio viso. Tiro mentalmente una monetina e vado per la risposta che mi sembra, se non la più corretta, almeno la più gentile: “no, of course, ok”.  Di solito, solo a distanza di giorni, in situazioni completamente diverse e parlando con altre persone scopro cosa mi era stato realmente chiesto:

 

“Hai un BARBECUE?”  (avevo risposto no, in realtà ne ho uno bellissimo, poco male …)

“Puoi comprarmi delle VERDURE?” (of course, avevo detto. Pazienza, dirò che mi sono dimenticata)

“Voglio cucinare delle SALSICCE”  (beh, ok ci stava, due su tre).

 

E non è solo un problema di parole accorciate o dal significato sconosciuto, il vero dilemma è che a volte vorrei poter comprare una consonante, o una vocale, o anche un paio di tutte e due. Un esempio su tutti, la frase che non è seconda a nessuno per il numero di volte che ti viene rivolta nell’arco di una giornata: “Hi mate!, How are you?”. Easy, clear, certo se non fosse che al vostro italianissimo orecchio suonerà più o meno “AMAITAUARIA?” 

 

Ora, tralasciando il fin troppo confidenziale “mate”, che per me abituata a dare del lei a tutti è davvero difficile da digerire, vorreste davvero dirmi che non comprereste almeno una vocale (anzi, forse è meglio una consonante)? Ebbene, se state pensando di partire e volete avere un assaggio di quello che vi aspetta, o semplicemente volete mettervi alla prova, andate su internet, digitate “Australian accent” e potrete trovare decine di video più o meno auto ironici con cui allenare il vostro slang. 

 

Dal canto mio io non ho molte alternative e in qualche modo devo pur sopravvivere, quindi: chiedo tre volte un bicchier d’acqua alla cameriera nonostante il suo sguardo di disapprovazione per il mio accento, faccio dei gran sorrisi alla mia vicina di casa quando mi parla dimenticandosi che vengo dall’altro emisfero e ignoro con stile tutti quelli che mi chiamano mate. 

 

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