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«È indispensabile aspirare dal relitto della Costa Concordia le oltre 100 tonnellate di carburanti rimaste», è la prima condizione che pongono Greenpeace e WWF per l’allontanamento dal Giglio della ex nave da crociera. Dopo il distacco di uno dei cassoni di sostentamento, i responsabili delle due associazioni ambientaliste sostengono che non sia più certo che la Concordia possa sostenere un rimorchio a 1,5 nodi per quattro giorni (tanto la distanza tra l’isola toscana e il porto di Genova): «È assolutamente illogico contare sulla resistenza strutturale del relitto pochi giorni dopo il distacco del serbatoio galleggiante», spiegano.

 

A preoccupare le due storiche ong l’asssenza di risposte sull’argomento da parte di Franco Gabrielli, Commissario per le operazioni di smaltimento e del Ministero dell’Ambiente, interpellati al riguardo proprio dopo il distacco di poche settimane fa. «Se si fosse staccato durante il traino», spiega un portavoce, «la nave sarebbe sprofondata verso fondali irraggiungibili».

 

Ma non basta, a preoccupare i paladini verdi è la «sistematica sottovalutazione del rischio ambientale», e il fatto che lo stesso Osservatorio composto dai tecnici compresi quelli individuati dal Ministro dei trasporti e delle infrastrutture Maurizio Lupi ha richiesto un’ispezione per verificare la resistenza strutturale del relitto, mentre la compagnia di navigazione Costa ha dichiarato: «Non riscontrano alcune necessità di intervento».

 

Rimane in ballo anche la questione del risarcimento del danno ambientale, valutato  in via prudenziale da Ispra (Istituto Supereiore Per la Ricerca e l’Ambiente) in 13 milioni di euro, come risulta dagli atti della Conferenza dei Servizi del 15 maggio 2012 e che non può «passare in cavalleria per le resistenze di Costa», concludono Greenpeace e WWF.

 

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