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Era una giornalista di vela, ma di punto in bianco ha mollato il posto sicuro alla scirvania per diventare attivista di Greenpeace. Caterina Nitto, oggi prima driver italiana dell’organizzazione ambientalista, racconta a Josephine (Jo) March perché si decide di effettuare una scelta così radicale. E come si riesce a restare fedeli alla decisione presa.

 

«Sento di essere nel posto sbagliato. Esistono miliardi di persone al mondo che trascorrono la loro esistenza lavorando in un ufficio, ma io proprio non ce la posso fare». Scrive così Caterina Nitto nel suo libro dal titolo Una vita da attivista.

Aveva meno di 25 anni, un posto in una redazione (al Giornale della Vela, ndr), una forte esperienza di vita in mare. E un giorno ha mollato gli ormeggi, nel senso esatto del termine.

 

intervista nitto-2Da Milano a Greenpeace

Cinque imbarchi su grosse spedizioni, due sulla Rainbow Warrior (nave ammiraglia di Greenpeace) e tre sulla Esperanza (la nave rompighiaccio). Due campagne in Antartide contro la caccia alle balene, una in Australia contro l’inquinamento, poi l’Indonesia. Caterina, classe 73, è giovanissima quando diventa la prima donna boat driver italiana di Greenpeace, da qui a raggiungere il ruolo di ufficiale di rotta passerà poco.

Oggi la Nitto è una figura di riferimento per Greenpeace International e si occupa di formazione «è essenziale essere preparati, anni fa si faceva tutto rischiando di più», ma da comandante (da diporto) sottolinea «il mare non perdona. Perché rischiare quando puoi fare la stessa cosa in sicurezza?»

 

Dalla parte giusta

intervista nitto-3Una vita spesa a difendere chi da solo non può difendersi, dai delfini alle tartarughe, ma soprattutto le balene. «Non restare incantati davanti a queste creature è impossibile» e poi con un filo di umiltà aggiunge «io non sono uno scienziato, non conosco i dati esatti, ma quando in mare vedo una balena attaccata o un animale che soffoca a causa di una busta, so di essere dalla parte del giusto».

In 16 anni ha navigato in tutti gli oceani, ha portato alta la bandiera di Greenpeace per proteggere e sostenere le campagne legate a mari e agli oceani andando spesso in aiuto di piccoli gruppi locali. «Se fanno cadere da un gommone uno di Greenpeace oggi va su tutti i giornali, ma ci sono tanti eroi che combattono senza un logo famoso» si ferma e aggiunge «c’è gente che rischia la vita contro realtà pesanti, e sostenerli sotto la nostra bandiera vuol dire non solo dar forza al progetto, ma anche proteggere quelle persone».

 

Lavorare per costruire un mondo migliore

Ricorda la battaglia in Sud Corea per bloccare la creazione di un ‘macello’ per la carne di balena, poi una difficile azione in Giappone nel 2005 per bloccare la creazione di una base militare nell’area dove vivono i Dugonghi. Entrambe erano in appoggio ai gruppi locali, dove ricorda Caterina «c’era gente di ogni età che manifestava. Una cosa che ti faceva sentire che eri nel posto giusto a fare la cosa che andava fatta».

Ma essere una donna attivista ha mai creato problemi? «No, a bordo con Greenpeace chiunque può occupare lo stesso ruolo. Esistono donne macchiniste come pure uomini chef ma», ammette facendo una pausa, «so che non è così ovunque e la cosa che mi auguro è che l’idea che ci possa esser una differenza basata sul genere sparisca un giorno fino a far sparire la domanda».

 

intervista nitto-4Epifania nel silenzio

Tra i ricordi memorabili delle spedizioni in Antartide anche momenti di vera poesia «ricordo che una volta per non farci intercettare dai balenieri ci siamo nascosti dietro un iceberg, a motore spento, e per due giorni abbiamo tenuto su solo i generatori, per non morire assiderati. Lì, nel silenzio dei ghiacci a un certo punto hanno fatto capolino due orche». Poi allarga le braccia e commossa descrive a gesti «sono degli animali enormi e tu li vedi muoversi con una tale agilità che la percezione delle cose si inverte. Quelli lenti siamo noi».

I racconti si susseguono veloci, descrivere tante esperienze travolgenti non è facile e poi lei non è una donna da palcoscenico. Questo è chiaro da subito e i vestiti che indossa hanno la consapevolezza di chi sceglie senza badare al look, ma cercando l’origine dei prodotti e dei materiali. Una coerenza che rientra nell’ordine più grande del rispetto per l’ambiente ma «io non sono un’ambientalista» dice ridendo «sono quelli che non rispettano il mondo in cui viviamo quelli strani cui bisognerebbe inventare un nome». A bordo, come nella vita mangia e usa la stessa filosofia, non c’è una vita da attivista no. O sei o non sei. E questo forse vale per tutto nella vita di chiunque.

 

Josephine (Jo) March

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