Organizzatori di regate è tempo che sappiate la realtà. Se in banchina ci volete vedere gente extrasettore organizzate un raduno d’epoca. Non ce n’è altri. Nessun appuntamento velico, neanche le Olimpiadi, richiama tanta gente quanto riescono a fare le barche di legno.

Di regate ne ho viste e fatte tante, di tutti i tipi, dagli Optimist dei Giochi della Gioventù a quelle di windsurf fino ai campionati mondiali. E in tutte, oltre ai regatanti, c’erano al massimo gli accompagnatori (genitori negli Optimist, fidanzate quando l’età aumenta. I fidanzati, invece, o sono quelli già velisti e quindi rientrano negli obbligati a presenziare oppure non appaiono. Credo che siano le fidanzate a non invitarli. Comprensibile: il loro bacino d’utenza è molto più ampio di quello maschile). Per trovare quelli che invece non c’entrano proprio niente con la vela bisogna seguire il profumo del legno. Vai su una banchina dove ci sono ormeggiate quattro barche d’epoca e ti ritrovi tutto un mondo che abitualmente noi velici non siamo abituati a frequentare.

b2ap3_thumbnail_vele-epoca-2.jpgLa cosa bella è che alcuni di questi appassionati del momento, degli amanti dei pali di legno e delle cime a legnoli provano a spacciarsi per marinai d’eperienza o per lo meno a vestirsi come loro. Tirano fuori dei cappellini con la visiera sovrastata da un doppio fregio dorato come quello del capitano Haddock di Tintin, tanto che non ti stupiresti se passando davanti a un J Class esclamassero: «Corpo di mille sabordi, che barca!». I più eleganti hanno la giacca blu con i bottoni dorati con le ancore sopra, quelli mezzo eleganti indossano polo con marchi del Royal Yacht Club, America Yacht Club o Ocean Yacht Club (normale che non li conosciate, non esistono), i casual vestono con delle T shirt con improbabili regate pacifiche tipo le Hawaiian Winter Series Hobie Cat 16, San Diego Sailing, o la solita Ocean Race (mi sono informato: è la più importante organizzata dall’Ocean Yacht Club). Si, è vero ci fanno un po’ ridere e un po’ tenerezza (nel nostro snobismo da velisti di razza), ma intanto ci sono e vengono a vedere le barche. Sono come quelli che vanno al gran premio di Formula 1 con il giubbotto della Ferrari preso coi punti del benzinaio o lo zaino della Sparco trovato al discount: fanno comunque girare il sistema automobilismo, anche se non sono Lewis Hamilton, Felipe Massa o Bernie Ecclestone e neanche i meccanici ai box.

Dovremmo imparare da loro: meno snobismo e più apertura. E nelle barche d’epoca questo diverso approccio c’è. La gente arriva in massa non solo perché le barche sono belle da vedere, molto di più della maggior parte degli attuali da progetti regata, ma anche perché l’atmosfera in banchina è diversa, più rilassata; meno fighette e più appassionati, meno Gatorade e più birra, meno: «vuoi salire a bordo, eh?!… Ma hai fatto almeno un mondiale Farr 40 entro il 2008?» e più: «dai salta su, che un paio di mani in più ci servono». E questo si sente.

C’è da dire che arte del merito va agli equipaggi stranieri, che vivono la vela in maniera più serena e anche chi sceglie di fare il professionista non se la tira solo perché va in barca (non stai salvando vite umane, bello) e siccome ai raduni dei legni sono in buon numero, la loro presenza stempera gli eccessi italioti che alla fine riescono a farsi coinvolgere dalla leggerezza e diventano più simpatici anche loro. Quindi, se volete rendere popolare la vela, almeno come sport, fate come (con) le barche di legno.

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